L’ultima milonga di agosto ha avuto la luna piena, grandissima. Una brezza che ha smorzato l’afa. Un riflesso assassino sul mare.
L’avvocato A. era da solo, e un po’ è stato contento di incontrarci. Lui è un teorico del tango, capace di fermarsi al centro della pista, incurante di tutte le altre coppie che gli caracollano addosso, per spiegarti un fatto filosofico del ballo e poter felicemente proseguire. Da lui becco solo cazziatoni.
Il ginecologo B. era particolarmente loquace e per la quinta volta mi ha chiesto dove e come ci fossimo conosciuti, salvo poi rendersi conto di avermi scambiata per un’altra e volere sapere allora io e lui come e dove ci fossimo realmente conosciuti.
Poi c’era l’ex stilista, il signor G. Che adesso si occupa di una roba di marketing ed ha imparato a ballare da solo, anche abbastanza bene. Peccato che voglia fare visual merchandising anche in piena pista, sussurrando all’orecchio immagini evocative da tecnica di visualizzazione zen. Quando mi ha detto: adesso chiudi gli occhi e immagina di essere su un prato con l’uomo che ami non gli ho morso il lobo, ma gli ho pestato volutamente un piede.
Il signor R., dai baffi spessi e il portamento elegante, mi ha raccontato di essere al suo decimo anno di corso. Lo ha detto con l’orgoglio di chi consegue il diploma di pianoforte al Conservatorio. Era un orgoglio ben riposto, d’altronde. L’ho ringraziato dicendogli che mi aveva fatto sentire una ballerina vera. E non mentivo. Tecnicamente perfetto, sentimentalmente calibrato.
L’anziano signore che mi ha aperto e chiuso la serata ha concluso dicendo: signori’, io ho capito che voi ballate bene solo quando vi piace la musica. E ci siamo lasciati tutti contenti sull’ultima nota di un Besame mucho che avrebbe potuto proseguire in eterno.
E poi c’era lui, al quale in prima battuta ho detto no perché la musica in quel momento non mi piaceva, promettendomi che sarei stata lì al mutare delle note.
E’ questo, infatti.
La musica, innanzitutto, e il corpo dell’altro come veicolo di ascolto.
La musica esterna e quella interna. Quest’ultima come valore aggiunto a un’armonia preesistente ed esteriore, percepibile e condivisibile solo se ne si ha l’intenzione.
La musica del mondo sintetizzata in un potenziale elettrico trasferibile a pelle. Se non senti la musica non potrai mai trasmetterla né riceverla; se non senti il mondo, in qualche modo stai peccando di omissione.
Perché prima della capacità esiste la volontà. La volontà di abbandono, la volontà di esserci totalmente.
Funziona così per tutto.
E’ per questo che mi piacciono quei ballerini che ti tengono per due, tre tanghi di fila.
Il primo è di conoscenza epidermica, il secondo scende più in profondità, cerca la sintonia.
L’ultimo è passione pura, talvolta dolore. L’ultimo contiene sempre il germe del rimpianto, un senso imminente di fine, il sentore profondo della non replicabilità.
Il tango – oggi lo so – è la pratica danzata dell’addio.
Ed è per questo che sul finire ti prende la mano in un modo che appartiene a lui, solo a lui, ti rigira il polso in una posizione non canonica, in bilico tra il possesso totale e la perdita. Ti aspira fino all’ultimo soffio.
Ed è per questo che torni al tuo posto quasi esanime, col sentimento di avergli ceduto una parte di te, senza sapere bene quale.
Forse, banalmente, ti sei offerta l’opportunità di ascoltarti attraverso i sensi altrui col rischio di restarne prigioniera e scoperta.
O la rivelazione che l’in-contro contiene sempre una doppia possibilità, che l’essere in due contiene sempre una segreta opposizione. Che la materia di ciò che sta nel mezzo è talmente delicata da non poter essere mai, mai, lasciata al caso. Mai.
(si me llevas contigo prometo ser ligera como la brisa
y decirte al oìdo secretos que haràn brotar tus risas
...por la materia que me une a tì...)
