Certe piccole manie

Solo le persone superficiali
non giudicano dalle apparenze
Oscar Wilde

"Se non sai ciò che vuoi, ti tocca accontentarti di ciò che viene"
Luciana Littizzetto

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Utente: Flounder
sono io, sì, ci sarò.
come quei piccoli dolori che non danno mai tregua.

ho quarant'anni bis. trattabili.
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lunedì, 22 giugno 2009

La fine del mondo è prevista alle otto, massimo otto e dieci.

Quasi nessuno ricorda il delirio nei dettagli.

Il pasto nudo, Burroughs

 

Si fermò e si guardò intorno.

Era questa la città che lo avevano costretto a lasciare vent’anni fa?

Niente resurrezioni, per favore, Uhlman

 

 

 

 

- Signo’, ma a voi chi ve l’ha detto?

- ‘O guaglione, ‘o niro.

- Il pakistano?

- Eh, mo’ nun ‘o ssaccio. Pakistano, arabo, africano. Pareno tutti tali e quali. I ragazzi del terzo piano, pe’ ce capi’.

- E di preciso, precisamente, che vi ha detto?

- Che stasera viene la fine del mondo, alla via delle otto, massimo otto e dieci.

- Prima di cena?

- Eh, signo’, accussì pare. Vo’ dicere che ce sparagnammo ‘e lava’ ‘e piatti.

La signora Rosetta saluta educatamente la sua anziana dirimpettaia e finalmente scende di casa per andare a fare la spesa. Tra una chiacchiera e un’altra, pure si sono fatte le sette meno un quarto, la casa è a posto, i ragazzi hanno finito di studiare. Manca solo la cena.

I figli sono bravi ragazzi: studio, casa, amici. Una pizza il sabato, qualche gioco sul computer. Giovani d’oggi. Svegli, servizievoli, studiosi.

Il marito invece non ci sta, il marito non ci sta mai. E pure quando ci sta, è come se non ci fosse. Ma se pure ci fosse, non servirebbe quasi a niente: è un tipo scontroso, introverso. Poi sta nervoso, sta sempre nervoso. E poi tiene da fare, ci sta sempre qualche riunione dell’ultimo momento che lo porta a casa a tarda sera e tu gli domandi: ma è successo qualcosa di grave? E lui risponde: niente, niente, che deve succedere più di questo?

La prima tappa è dal fruttivendolo, che le ha messo da parte due, tre buste con le cose che ha ordinato al telefono e gliele tiene in frigorifero fino a sera.

- Signora Rose’, lo avete sentito il fatto di stasera?

- Quale fatto?

- Ah, ma voi non sapete niente?! E pe’ fforza, voi passate la giornata chiusa in casa. Stasera, stasera deve venire la fine del mondo, sta scritto dentro al libro dei mussulmani. Che vulite fa’, la verdura e la frutta ve le pigliate lo stesso?

- Io me le prendo. Ma voi che volete fa’, Pasqua’? Me la volete far pagare lo stesso, con tutto che viene la fine del mondo?

- Arrassusìa, pigliatavelle, v’arricrejate. Tenite, jà. Invece ‘e venticinque, ve faccio vint’evere. Va bbuono?

Ridono. Poi si salutano.

La signora Rosetta ridacchia tra sé. So’ pazzi, in questo quartiere, completamente pazzi.

Lei non ha sempre vissuto qui, ci sta da un paio d’anni.

Prima stava dalle parti del corso Novara, una bella casa che da quando hanno smantellato la sopraelevata si era fatta tutta luminosa, una bella casa, veramente. Poi il marito ha ereditato quest’appartamento dopo tutta una questione complicata di eredità, di fratelli e cognate questo a me e questo a te, e si sono trasferiti. All’inizio la volevano vendere, però con i soldi che ricavavano non ci potevano fare moltissimo e comunque il marito ci teneva assai ad abitare qua, un poco per un fatto di tradizione, che qua ci era cresciuto, ma un poco pure per il fatto del lavoro. Dice che quando fai politica e vuoi essere votato, ti devi far vedere in faccia, ti devi far conoscere come vivi, che ti mangi, come ti vesti. Devi far vedere che capisci i problemi del quartiere, che non ti spari le pose e questi fatti qua.

Avevano pure cercato qualche cosa dal lato di là, verso la Marina, ma non si trovava niente, così si sono un poco adattati in quest’appartamento piccolino a Forcella, proprio a via Forcella, quasi all’angolo col vicolo della Pace. Lei in principio non ci voleva proprio venire, con tutte quelle storie che si sentono: sparatorie, scippi, cose. Invece poi, a starci, non è così tremendo. Si sta piuttosto quieti, sono i telegiornali che esagerano le questioni. Lo dice pure suo marito.

Certo, tengono un poco di fantasia e capa fresca, questo si deve dire. E pure questo fatto che vogliono far vedere che mantengono l’ordine per le strade, i negozi, le bancarelle, che li comandano un poco: io da qua a là, tu da là a qua. Ma è più per far vedere, che per sostanza. Fanno i guappi, ma so’ innocui. Almeno a lei così sembra. E poi lo dice pure suo marito, che la gente quando non conosce le cose si impressiona. L’importante – pensa lei – è dirsi buongiorno e buonasera, grazie e prego, stare ognuno al posto suo e non dare troppa confidenza.

Pensa al fatto della fine del mondo e ride sola sola.

Alle otto, massimo le otto e dieci.

Guarda l’orologino da polso, sono le sette meno cinque.

Entra dal tabaccaio per prendersi il solito pacchetto di sigarette da dieci.

Poi all’ultimo momento, con un moto di insofferenza, dice: sapete che c’è di nuovo? Stasera datemene due, tutti e due da dieci, che se domani piove mi scoccio di scendere.

La tabaccaia la guarda e dice: signora Rose’, e vi conviene? Quella mo’, fra un’oretta scarsa, viene la fine del mondo. Io adesso vado contro i miei interessi, però dicimmo ‘a verità: quando lo tenete il tempo di fumarvi tutte ‘ste sigarette?

La signora Rosetta non trattiene la risata, per quanto un poco pure stizzita: mo’ pure voi con questo fatto della fine del mondo? Ma si può sapere che vi ha pigliato oggi a tutti quanti? Ma poi, ammesso e non concesso che viene la fine del mondo, ammesso e non concesso, dico io, state tutti quanti impassibili, imperterriti, come se il fatto non fosse vostro, non vi riguardasse? Ma com’è? Viene la fine del mondo e a voi nun ve ne importa ‘e niente?

- Uh gesù, signo’, e che dobbiamo fare? Come viene, così ce la pigliamo. A me mi dispiace solo che non mi posso vedere la puntata di stasera, che forse facevano vedere chi ci aveva messo la droga al figlio di Samantha dentro al jeans, chilli cornuti. Voi non ve la vedete la puntata dopo al telegiornale?

- No, io mi vedo la trasmissione dei viaggi, sull’altro canale.

- Ah, con quella cosa brutta secca secca che fa ‘a spiggiosa. Mammami’, quant’è antipatica. Comm’a putite suppurta’? Stéve bbuono llà, ‘n’copp’ all’isola deserta…

La signora Rosetta esce dalla tabaccheria e si accende una sigaretta per la strada. Non è sua abitudine, no, ma stasera questa cosa della fine del mondo la sta facendo un poco innervosire. Quella è la televisione, che inguaia le persone. Lo pensa anche suo marito, però poi dice: dipende. Basta che uno, uno qualsiasi di quelli che mettono la faccia dietro a quello schermo,  dica una fesseria qualunque, ecco che gli vanno tutti dietro. Chissà quale idiozia si saranno inventati mo’ sulla fine del mondo, e tutti appresso come mammalucchi. Magari era solo la presentazione di una di queste cose, un reality show: invece di portarli sopra a un’isola, questa volta  fanno finta che sono i sopravvissuti alla fine del mondo e si devono organizzare, non tengono l’acqua, non tengono la corrente, ci mancano un sacco di cose. Ecco, sì, deve essere questo, il fatto. Pure l’orario si trova: le otto, massimo le otto e dieci…mo’ che ore so’? Le sette e dodici. Deve ancora passare dal macellaio e in salumeria.

Che poi suo marito pure ce l’ha un poco di ragione, che non si capisce perché si deve ridurre a fare la spesa sempre all’ultima ora della sera, proprio in pizzo in pizzo all’orario di chiusura dei negozi. Ma il tempo di giorno passa velocissimo, tra i servizi in casa, e i compiti dei ragazzi, e due o tre telefonate, la vicina, mo’ una cosa, mo’ un’altra e in un momento sono già le sei e mezza. E poi le è sempre piaciuto uscire in quel punto della giornata che già si riversa nella notte, in quel momento in cui uno potrebbe pure decidere di fare una follia e dire mo’ lascio tutto qua e me ne vado, mi infilo nel buio, scompaio nella sera e chi s’è visto s’è visto. Vabbè, per dire. Come quel film là che il marito se la scorda sull’autostrada, all’autogrill. Come si chiama, aspe’. Quello che lei poi incontra il tedesco. Vabbè, era per dire, comunque.

Tira fuori il telefono e chiama il marito, magari pure lui lo sa che deve venire la fine del mondo. E se invece non lo sa, glielo dice lei, fa finta che è vero. Forse al Centro Direzionale arriva un poco prima. Vabbè, che scemità. Dipende da dove viene: se arriva da San Giovanni sì, arriva prima. Ma se arriva da Bacoli no. O può essere che cala da sopra, contemporaneamente su tutti i quartieri…

- Pronto, Enzo?

- Rose’, sto in riunione, Ci sentiamo dopo.

- Ma torni tardi pure stasera?

- No, stasera facciamo un poco prima.

- E piglio la mozzarella o la carne?

- Rose’, piglia quello che vuoi tu. Mo però chiudi, che sto in una riunione importante.

 

Il dottor Scaramuzza si scusa: abbiate pazienza, Preside’, perdonate la  telefonata, ricominciamo. Stavamo dicendo: mi sembra prematuro ipotizzare fin da oggi di appostare in bilancio i fondi per la ricostruzione, aspettiamo di vedere che succede stanotte, poi eventualmente cacciamo una serie di  Decreti Dirigenziali e con la scusa dell’urgenza e della calamità  sistemiamo tutto.

- Dotto’, non vi scordate che nel precedente bilancio avevamo promesso un ampliamento alla misura per la tutela dei beni paesaggistici e alle infrastrutture, e mo’ non è che possiamo far ricadere il finanziamento sotto il cappello dell’intervento straordinario, il Ministro sul punto è stato chiaro.

- E vabbé, chiaro. E che significa chiaro? La chiarezza va bene nelle situazioni ordinarie, qua stiamo parlando della fine del mondo. Penso che possiamo pure derogare un poco alla Programmazione Negoziata. O no?

- Dottore Scaramuzza, allora facciamo che stasera nominiamo i membri della Task Force, a prescindere,  e poi vediamo come regolarci. Ricordatevi che Capozzi ci tiene assai a fare parte dei lavori.

- Capozzi ultimamente sta in mezzo a troppe cose, Preside’. Troppe. Comunque facciamo come volete voi. Firmiamo la delibera e chiudiamo. Ma poi, detto tra noi: questo fatto della fine del mondo mi pare la solita boutade catastrofista per ricattare la maggioranza e finire a tarallucci e vino.

- E non lo so, Scaramuzza. Questa volta mi pare più serio, dice che stasera stanno tutte le televisioni all’erta pronte a speculare e a buttarci fango addosso. Pare che questa fine del mondo la trasmettono in mondovisione, non sono stati dati i diritti in esclusiva a nessuno e si fa a chi arriva prima. Per cui facciamo una cosa pulita, cerchiamo almeno di evitare il commissariamento. Poi, se proprio non riusciamo, valutiamo l’emergenza. Non vi nascondo che un poco preoccupato sto pure io.

- Per la fine del mondo?

- Ma no, Scaramu’, per il contrario: qua se stasera non viene la fine del mondo a ce’ salva’, voglio sapere come la mettiamo. Jamm’a capa sotto.

 

Nel frattempo la signora Rosetta si ferma dal macellaio e chiede: che mi volete dare? La colardella o due scorzette? O vi sono arrivate le salsicce buone, quelle della settimana passata?

Il macellaio sta nervoso, si vede da come affila i coltelli sull’acciaino: colpi secchi e rapidi dati pure un poco così, senza criterio.

In quel momento esatto la signora Rosetta pensa che forse ha qualche problema con la moglie, chissà come le è venuto questo pensiero. La moglie è una bella donna, da poco si è fatta i colpi di sole, qualche ritocco qua e là. Una volta l’ha invitata a prendere il caffè ed è salita un momento in casa, là, alle Zite. L’ultimo piano senza ascensore, tengono un attico con una terrazza che uno non se lo immaginerebbe mai, si vede pure il mare. Mobili antichi, vasi. Certe fotografie nelle cornici d’argento dove stavano lei, il marito e qualche cantante. Come si chiama quello là che canta “Chillo va pazzo ‘e te?”. Vabbè, ci pensa dopo, non fa niente.

- Quello poi mi ha aiutato l’architetto, aveva detto la moglie del beccaio. Se uno ci tiene alla casa, o chiama l’architetto o viene una cosa assai tamarra. L’architetto ha detto: io vi sistemo i pezzi uno a uno, proprio là dove devono andare, ma guai a voi se li spostate, alterate tutta l’estetica della decorazione di interni e scombinate pure il feng-shù. Signora, voi mo’ la vedete questa tazza giapponese appoggiata sotto e ‘ncoppa sul piattino suo? Guai a me se la giro, deve stare sottosopra perché si deve vedere questo marchio qua della fabbrica giapponese, che sulla faccia della terra ce ne sono rimaste poche e niente e il valore sta tutto qua, dentro al timbro della marca. A mio marito ci piaceva di più il bisquì di Capodimonte che tenevamo prima, quello del matrimonio, ma l’architetto ha detto che non era proprio cosa.  L’architetto comanda e noi obbediamo. Facciamo tutto come dice lui. E poi col feng-shù nun se pazzéa!  Se mio marito mi vuole tenere qua, in questo quartiere di merda, mi deve far stare come una signora, comme dich’je. Se no me ne torno da dove sono venuta, a Santa Teresa degli Scalzi e isso resta qua a fa’ ‘o figlio d’a Nunziata. O no? Siete d’accordo pure voi, che vi trovate qua per scambio?

Così la signora Rosetta si lancia: Luigi, vostra moglie sta bene?

Il macellaio alza lo sguardo e senza mezzi termini ribatte: ma chi? ‘a zoccola? Se ne è scappata con l’architetto. Mi dispiace solo che stasera viene la fine del mondo e nun ‘e pozzo accidere co’ cheste ‘mmane meje, solo questo mi dispiace!

La signora Rosetta deglutisce. Vorrebbe aggiungere uno “scusate non sapevo mi dispiace”, oppure lasciar trapelare il suo stupore, o alla meglio sostenere il macellaio e dirgli che sì, forse la signora aveva troppe pretese, era un poco viziata. Vorrebbe dire queste e altre cose, ma questa storia della fine del mondo le manda in tilt il cervello.

Azzarda una domanda: don Lui’, ma com’è possibile che qua viene la fine del mondo e nessuno di voi chiude bottega, va a casa, si guarda un poco il mare per l’ultima volta? Ma che cosa vi tiene così fermi, il senso del dovere? Lo scetticismo? La paura degli sciacalli? Vi volete portare i soldi all’altro mondo?

Il macellaio la guarda come se non capisse: signo’, ma che state dicendo? Fra mezz’ora viene la fine del mondo e secondo voi je me l’aggia passa’ in mezzo al traffico, imbottigliato comme a ‘nu strunz’ pe’ gghi’ a Mergellina? L’ultima mezz’ora della vita mia? Ma ditemi voi, invece: fra mezz’ora viene la fine del mondo e voi state ancora qua a comprare le fette di carne? E perché non ve ne state a casa vostra o ‘n’faccia ‘o mare?

- Luigi, scusate, avete ragione. Ma a voi chi ve l’ha detto questo fatto della fine del mondo?

- Signo’, lo sanno tutti quanti, solo voi cadete dalle nuvole. Tra le otto e le otto e dieci. All’inizio pareva una cosa che avevano messo in mezzo i cinesi, chilli che abitano p‘o lato allà, poi invece lo sapevano pure i marrocchini e qualcuno m’ha detto che anche al Duomo era girata voce e ‘o Cardinale non ha detto niente per smentire. Anzi, pare che ha cacciato pure l’ampolla…

- Gesù, Lui’, mica si può cacciare l’ampolla a piacere! Ma siete sicuro?

- Signo’, quando ci vuole, ci vuole. ‘O Cardinale tiene due ampolle: una è quella ufficiale, e va bene. Poi un’altra più piccolina – e fate finta che non vi ho detto niente, è una cosa che sappiamo solo a pochi di noi – che contiene ‘o sangh’e Diego. Quella si caccia solo in casi eccezionalissimi, nun se po’ caccia’ manco p’o Mondiale. Io non vi ho detto niente. E poi comunque ne hanno parlato pure a scuola, stamattina, come! E’ un fatto certo, non avete visto la calma che ci sta nel quartiere? Nun ce stanno manco ‘e vigili. Stanno tutti un poco mosci, pochi motorini in giro. Hanno fatto pure le scommesse, ma ‘a gente nun teneva voglia ‘e pazzia’. Io mi sono giocato solo cinque euro, accussì, p’a coscienza. Fanno tutti finta di niente, ma si sente che la cosa pesa un poco.

- E voi ci credete?

- Uh mammamia! E perché non ci dovrei credere?

- E che ne so, mi pare un fatto così assurdo: uno mette in giro una voce di questo genere e tutti si fidano. Mo’ mi fate sentire pure un poco cretina, che io sto qua a fare la spesa e mio marito non sa niente, torna a casa, non mi trova, e dopo un quarto d’ora viene pure la fine del mondo. A questo punto quasi quasi non cucino: ce ne andiamo a mangiare una pizza al Trianon.

- Non è una cattiva idea. Vengo pure io, quella pizza è la fine del mondo!

- Appunto! Cerchiamo solo di fare una cosa di giorno, che sono le otto meno venti e finisce che non ce la facciamo. Ci vediamo là.

Rosetta esce ridendo. Mancano venti minuti alla fine del mondo, pare la notte di Capodanno. Quasi quasi alla salumeria non ci va, il latte per domani mattina c’è. E poi, se viene la fine del mondo, chi se lo deve bere questo latte?

Vuole tornare a casa e raccontare questa storia al marito. Ormai, a quest’ora, sarà rientrato. Lo vuole prendere un poco in giro, insieme ai ragazzi, magari con una cosa femminista: sapete che c’è di nuovo? Stasera la cena la preparate voi, apparecchiate, sparecchiate e lavate pure i piatti, io non voglio sapere niente. E fate in fretta, che se mi spaziento, faccio venire la fine del mondo!

Fa uno squillo a casa per sentire se ci sono novità: pronto, Aniello, so’ mamma. Che stai facendo?

- Niente, ma’, sto giocando al computer.

- Tutt’a posto?

- Sì, ma’, tutt’apposto. Ma’, se trovi la bancarella coi giochi pezzottati me ne pigli un altro? Aspe’ scriviti il nome: Magnaccio Manager. E’ uscito quello nuovo, però non so’ sicuro che lo trovi.

- Ma non lo tieni già?

- Tengo quello vecchio, ma’. In questo oltre alla droga e al racket sta pure  la mafia russa e l’espianto di organi.

- Vabbè, se lo trovo te lo piglio. Certo che ha un nome, ‘sto gioco…

- Marò, ma’, è un gioco. Uffà.

- Sissignore, sì, mi sto zitta, te lo prendo. Tu nel frattempo vuoi apparecchiare un poco, che stasera tuo padre viene più presto?

- Sì, mo’. Quando viene.

- Anie’, un’altra cosa: ma tu lo sapevi il fatto della fine del mondo?

- Sì, ma’, abbiamo fatto pure assemblea di classe, stamattina. Volevano occupare, poi la preside si è incazzata.

- Ah. E non mi hai detto niente? Pure tuo fratello lo sapeva?

-Vabbuo’, ma’, le solite cose. Dopo un poco mi so’ pure scocciato e me ne so’ andato. Comunque se non succede niente, domani mi fai la giustifica per italiano?

- Al solito: ogni scusa è buona, eh!

- Mamma, jà, era la fine del mondo. Mica viene tutti i giorni! Uffà.

 

Tornando verso casa si ricorda dell’olio, che è quasi finito, ma si accorge che la saracinesca della salumeria è già abbassata. C’è un cartello sopra, scritto a mano: chiuso per lutto.

- Riapre domani?, chiede a una passante che conosce di vista.

- Domani? E domani chi ci sta, qua. Fra dieci minuti viene la fine del mondo, signo’.

- Ah, è vero, m’ero scordata. Vi posso chiedere una cosa? Ma voi siete contenta di questa fine del mondo?

- E per forza, signo’. Peggio ‘e comme stammo nun putimmo sta’! Certo che a saperlo un poco prima potevamo pure organizzare qualche cosa, due fuochi d’artificio, ‘nu concerto. Io poi tengo a mio cognato che sta a TeleVomero, veniva una cosa simpatica. E che putimmo fa’, è ghiuta comm’è ghiuta, pacienza!

 

postato da: Flounder alle ore 14:40 | link | commenti (14)
categorie: prima di dormire, chi tène o mare
mercoledì, 17 giugno 2009

Ius gentium. Perché la vita è fatta di atti(mi).

Il primo atto sembra solo un atto di presenza, un atto puro di esistenza in vita. Invece no.

Ci presenti un pancino, il culetto, i suoi polmoni. Lanci un piccolo urlo, arrossisca, respiri.

Le daremo un voto, fin dall’inizio. Vuole un apgar nove? Se lo conquisti!

Come dice? Che non è colpa sua? Sua madre beveva e fumava in gravidanza?

Peggio per lei, non ha saputo scegliere. Si definisce incauto acquisto.

Cerchi  l’atto di compravendita, era scritto lì, tutto. Non protesti.

Il secondo atto è un atto dovuto. Si comincia presto. Che crede?

Sedersi bene con le gambe accavallate, contenere pianti e rabbie, dire buongiorno, buonasera e tutto quanto occorre. Se ha un cappello, lo tolga ai funerali. Se ha delle esigenze, le reprima. Senza sbuffare, questo non è consentito.

Il terzo è un atto notorio. Sillabi il suo nome, ci declini un’identità. Anche più d’una, quante ne vuole, tanto più tardi pagherà il conto e i cocci rotti.

Attenzione alle doppie, alla punteggiatura, agli accapi e a tutto ciò che nel tempo si accapiglia.

Probabilmente il quarto sarà un atto vandalico. Su oggetti, altri o se stessi poco importa. Bisogna rompere gli argini, scompigliare, lesionarsi. Strappare, sminuzzare, scoppiare. Ha la libera scelta: può scarnificarsi, se crede. O trasformarlo in atto creativo, non poniamo freni.

Il quinto o il sesto – secondo come la si veda (oppure quando, finalmente, la si veda) – si auspica sia un atto di costituzione. Non è da tutti, badi bene, e nemmeno vi è l'obbligo. E’, come dire?, un tentativo di salvezza. Ma solo un tentativo, non abbiamo contratti da sottoporle alla firma, né garanzie o clausole a tutela. E’ a suo rischio è pericolo, lei è lo scommettitore e insieme il bookmaker. Scelga liberamente, tanto il danno è suo. Come pure la gloria o la felicità, in questo siamo onesti.

L’alternativa è la possibilità di un atto impuro. Sicuramente più divertente, non c’è dubbio. E’ che non garantiamo neanche quello, capisce? Siamo senza espressione, è inutile che cerchi di scoprire da un guizzo a riso o un sopracciglio curvo se sia meglio la busta 1, la numero 2 o la 3. La purezza di fondo non esiste, tocca lavorare di gomito, smacchiare un peccato originale. Con gli aloni che le faranno per sempre promemoria. Sine die. Sine qua non. Sappia che in questi casi non è ammessa sinecura.

Prima o poi, se tutto procede, le toccherà un atto di donazione, talvolta anche suo malgrado.

Come dice? Se è definitivo? Se risolve qualcosa?

Non sempre, pensi che alcuni ne fanno una formalità, prima donano e poi dimenticano. Poi reclamano, rinfacciano. La recriminazione la priverà di ogni beneficio, sia oculato nel dare quanto nel prendere: l’atto di citazione pende come spada di Damocle. O peggio ancora l’atto di precetto, l’esecuzione forzata. Non dica poi che non sapeva. Che non voleva. Non è legale.

L’ultimo atto è spesso un atto di dolore.

Signore e signori, mi perdo e mi avvolgo nei miei peccati, perché peccando ho offeso voi, infinitamente degni e buoni di essere amati sopra ogni cosa. Propongo col vostro aiuto di non farlo mai più, mai più. E se lo faccio, lo trasformo in atto osceno, meglio se in luogo pubblico. Di quell'oscenità vestita di ragione, di logica e di senso.

Tanto alla fine calerà il sipario, comunque.

Nessun atto supplementare, non è concesso il bis.

postato da: Flounder alle ore 22:57 | link | commenti (19)
categorie: frantumaglia
mercoledì, 20 maggio 2009

Canto notturno di un pastore errante per casa (titolo provvisorio). Sottotitolo: il destino è una scelta o una necessità? *

Una decina di anni fa, forse dodici o anche tredici, mi trovavo in viaggio in Turchia, al volante di un Alfa33 che soffriva malamente sulle strade non asfaltate e con il motore al minimo dei giri.

Faceva caldo, caldissimo.

E nel percorrere una strada secondaria che da Ankara tagliava l’Anatolia e si insinuava lungo la Cappadocia fino a Konya, pensavo che se un giorno avessi mai avuto l’intenzione di sparire, era lì che mi sarei rifugiata, in una di quelle casupole immerse nell’erba secca e tra le spighe ingiallite  dal sole.

Per strada non vedevi donne, quelle poche che incontrammo tiravano un carrettino, come buoi. Erano sempre in coppia e a bordo del carretto c’erano il marito e una serie di masserizie.

Ecco una delle applicazioni utili della poligamia, pensavo tra me e me. Altre non ne intravedevo.

E’ che in realtà non sapevo che in quel momento esatto ero anche io parte di un triangolo e che lei, l’altra, in quel momento percorreva gli stessi territori.

Un’automobile ci sorpassò. A bordo c’erano tre ragazze europee.

Il mio compagno mi chiese di frenare e lasciarle passare, per poi accelerare e raggiungerle, poi si sbracciò a salutare.

Ma chi saluti?

Boh, rispose lui, mi sembrava di conoscerle.

Ora anche una stupida ammetterebbe che al centro di una steppa desolata il fatto di salutare con tanto entusiasmo l’equipaggio di una Punto debba dar da riflettere.

Se poi ci aggiungiamo una serie di altri dettagli che per brevità non sto qui a riferire, concluderemo inevitabilmente che la stupidità ha confini talmente estesi che prima di comprenderla e toccarla per intero occorre decisamente del tempo.

Diciamo che per eccesso di autostima mi collocavo temporaneamente al di fuori dei limiti, in quella zona grigia dove già la buona fede inizia a perdere consistenza e assomigliare a qualcos’altro.

Simile a  un disegno di Escher, in cui un cuore piano piano si sfalda, le sue curve dolcemente si allentano e prendono la forma di corna bufaline.

In realtà, più che stupida, io amo definirmi curiosa. Mi piace vedere dove arriveranno le cose, se lasciate a loro stesse. In qualunque circostanza io osservo a lungo, lascio che la trama si svolga e prenda forma il disegno. Solo quando è definitivamente chiaro, intervengo drasticamente per mettere il punto. L'ultima volta è stata ieri mattina in ufficio: il distacco interiore si consuma silenziosamente e senza esibizionismi.

E’ una buona soluzione, a mio avviso. Indubbiamente si perde del tempo, ma lo si recupera successivamente, in termini di assenza di rimpianto e inutili colpevolizzazioni. Un po’ come andare al cinema e pagare il biglietto: nessuno ti ci obbliga. Se il film fa schifo puoi continuare a vederlo con distacco, nell’attesa di un implausibile colpo di scena o per esercitare un corretto potere di critica.

In vita mia ho abbandonato una sala cinematografica solo un paio di volte, e ancora sto qui a chiedermi come sarebbe stato l’epilogo. Una volta era Amos Gitai, un’altra un pallosissimo film d’amore e politica con una pessima Binoche.

In questo lungo viaggio non privo di svariati incidenti di percorso, oltre alla guida e al tentativo di osservare il disegno, avevo un altro importante compito: leggere – a voce alta – Quel pasticciaccio brutto di Via Merulana.

Da sempre, da quando frequentavo la prima elementare, leggo a voce alta per chi mi sta intorno.

Che sia il discorso di fine anno, il saggio di Rousseau al corso di Filosofia della politica, la Prima Lettura nel corso delle cerimonie nuziali di tutti gli amici, il programma del seminario o il benvenuto alla delegazione ostrogota, non c’è dubbio che la cosa toccherà a me.

Dicono che ho il pathos e la voce giusta.

Un’altra delle cose che mi tocca fare sempre è scrivere le cose a mano. Dicono che ho la grafia chiara e incisiva e la mano ferma. Sarà.

Ora, il caso volle che nel viaggio di ritorno, verso Salonicco, un camion che ci precedeva si ribaltò, bloccando la circolazione per circa due ore. Per la precisione, trasportava pollame, sicché le piume rimasero malamente appiccicate all’asfalto invaso dal carburante e si dovette aspettare l’arrivo di camionette spargisale per poter ripartire senza pericolo, il che mi permise di completare la lettura dell'opera e il puzzle della faccenda.

Io a via Merulana ci sono particolarmente legata, del resto ci ho abitato per un lungo momento, e dunque la lettura mi dava particolarmente gusto. Così mentre leggevo scorrevo a memoria i portoni, la piazzetta prima dell’Esquilino dove c’è quel fornaio che fa panini meravigliosi, l’odore delle betulle.

Come già ho avuto spesso modo di dire, per alcune cose io sono dotata di pessima memoria. In generale le trame e i fatti bruti. Come pure le date. Ragion per cui sono sempre andata malissimo in storia, per l’incapacità di collegare cronologicamente le vicende. Ragion per cui, per gli stessi motivi, sono sempre andata male anche nella storia della mia vita, per l’incapacità di ricordare la cronologia dei fatti salienti e farne tesoro.

Ciò suscita in me una certa ammirazione, smaccatamente tinta da invidia, per quei tipi che partecipano ai giochi a quiz dove c’è da sapere tutto su un determinato argomento. Non c’è nulla che io conosca bene, e quel poco che so è doviziosamente mixato con una miriade di fatti inutili.

Per contro, mi ricordo delle reazioni e di tutte le sfumature sensoriali legate a un fatto.

Il risultato è una memoria cenestesica, con brevi flashback e sensazioni di piacere o di disagio, di benessere o malessere.

Questo per dire che io di quel libro non è che mi ricordi come vada a finire o cosa succede nel durante. L’unica cosa che mi viene in mente è che quella Zamira lì sembrava buona buona e invece da lei poteva aspettarcisi di tutto. E questa cosa a tutt’oggi mi procura un lieve senso di nausea e di sfiducia nel genere umano.

Insomma, per via dell’incidente, a Igoumenitsa perdemmo il traghetto e ci toccò aspettare il giorno successivo, in una pensione che non aveva stelle e nemmeno pianeti, dove io continuai a esercitarmi nella pratica del distacco interno e lui in quella della mancanza di contatto esterno.

Al rientro mi aspettava ancora un lungo viaggio. Avrei dovuto mollare l’auto e proseguire in treno per Milano, dove temporaneamente abitavo.

Non so se vi sia mai capitato di abitare due posti contemporaneamente. Avere due case, entrambe arredate, possedere il doppio delle cose per non essere costretti a trasbordarle inutilmente di qua e di là. Ecco, io la trovo una situazione alquanto sgradevole: si finisce per non appartenere a nessuno dei due luoghi, per sentirsi un po’ frammentati. Oppure si definisce l’uno come luogo principale, nel quale progettare e mentalmente disporsi, e l’altro come residenza secondaria, con quel sentimento perenne di sospensione e non-esistenza, sicché tutte le cose che vi sono contenute perdono senso e spessore, come se fossero irreali.

Di lì a poco sarebbero accadute una serie di cose.

Quella più significativa fu l’inversione dei luoghi. La residenza principale divenne mentalmente la secondaria, per colpa di una Zamira, la stessa delle bionde steppe,  che si infilò tra le mie lenzuola e poi pretendeva di offrirmi spiegazioni, giacché le cose non erano come sembravano, nonostante sembrassero assolutamente come invece erano. Poi nel tempo scomparvero del tutto dalla mia vita, lei e quella stanza da letto.

Porto memoria di alcune serate in quella casa, di una cena preparata al tavolo con una pietra ollare e di un pomeriggio trascorso a montare il telo della doccia su una parete tufacea che non reggeva i chiodi a pressione. Una casa che ho amato moltissimo, tortuosa e piena di ripostigli segreti e fessure.

La residenza secondaria divenne per converso l’unica, ma durò solo poco tempo. Dopo qualche mese mi toccò traslocare di nuovo, salutare il Duomo, il portinaio e i conoscenti tutti.

Da allora - quasi fosse un male incurabile o un tic insopprimibile - vivo con lo sfondo di un sentimento costante di non-appartenenza. La mia stessa casa, che pure abito con amore e gusto, mi pare a volte priva di fondamenta. Come certe abitazioni nella zona basca di Francia, che venivano smantellate e rimontate altrove, in occasione del matrimonio dei figli.

Come se poggiasse su un tappeto anatolico che un giorno o l’altro si involerà e ci trasporterà in un altro luogo di cui oggi non ci è dato ancora sapere, ma che a volte compare in certe fantasie che reclamano un nome.


* Sottosottotitolo: danza del ventre, flusso di pensieri e colite

postato da: Flounder alle ore 23:31 | link | commenti (8)
categorie: frantumaglia, madeleines
venerdì, 15 maggio 2009

Fisica degli affetti, per quanto impropria e in senso lato. Ma meglio di così è difficile, giuro.

La prima legge del moto afferma che in assenza di forze agenti un corpo conserva il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme.

E dunque camminare, camminare migliaia di passi, talvolta contandoli, per respingere il fissarsi dei pensieri e lasciarli scorrere, insieme al respiro: quattro passi in inspirazione, due trattenendo, otto espirando, due di vuoto assoluto.

Poi ricominciare.

Poi smettere di contare e provare a dare un nome alle cose.

In alcuni giorni detesto la parola consapevolezza, dovrebbe essere proibito usarla. Comminare multe a chi ne abusa. Che non vuol dire niente, in certi giorni, se non riuscire a vedere solo poco, pochissimo oltre la punta del proprio naso e credere che sia tutto. E invece è così poco, appena poco più di niente. E’ come la preghiera, come la rivoluzione: compie solo ciò che è già possibile. Oltre non si va.

Pesano, le vite degli altri. Pesano, le loro storie.

Come fossero le mie, come se al sentirle raccontare alla fine mi riguardassero. Ed è così, c’è poco da fare, le linee di confine sfumano, ed è del tutto inutile cercare di elevare barricate.

Pesano anche le assenze e le presenze labili. Le distanze. Pesa tutto.

La seconda legge del moto stabilisce che una forza applicata a un corpo indeformabile gli imprime una accelerazione a essa proporzionale.

E mi guardo i fianchi, le linee del corpo, le forme che piano piano ho costruito e che in alcuni giorni ancora non sento perfettamente mie, giorni in cui non mi riconosco. E già non sono più indeformabile, non più come una volta, nemmeno fluida, del resto,  e la forza applicata non mi permette di scappare, ma mi schiaccia e mi inchioda. Una pressione intollerabile.

L'attrito è una forza dissipativa che tende a ostacolare il moto di scorrimento relativo tra superfici a contatto, quindi, a eccezione di casi particolari, si oppone al moto di un oggetto.

Chi era quel francese che diceva che siamo macchine? La mia memoria è difettosa, non lo sono abbastanza, vorrei avere azioni e reazioni semplici, immediate. Tasti di accensione e spegnimento, vie di fuga, momenti di annientamento senza rischio.

La terza legge del moto afferma che quando un corpo esercita una forza su un altro corpo, quest'ultimo reagisce esercitando sul primo una forza uguale e contraria.

L’etica del carrarmato, la chiamo io. E invece sono così stanca che vorrei scavarmi un bunker e ritirarmi, uscire quando tutto possa ricominciare, in assoluta leggerezza. O non uscirne mai più.

Nel tempo non se ne accorgerebbe nessuno, io neppure.

postato da: Flounder alle ore 01:12 | link | commenti (9)
categorie: frantumaglia
venerdì, 08 maggio 2009

Il mio regno non è di questo mondo. Ma per praticità adottiamo l’euro.

Ora io vorrei sgombrare il campo da tutta una serie di inevitabili commenti che seguiranno e che mi sono già fatta da sola, tutti ascrivibili alla categoria “hai voluto la bicicletta e mo’ pedala”. Lo so, ma a volte bisogna fare cose che non si sceglierebbero, per ragioni di ordine pratico.

In breve, mia figlia frequenta una scuola di suore perché era l’unica della città a offirmi il tempo pieno e inoltre, posta di fronte alla scelta "catechismo o equitazione", pur avendo scelto la seconda, ha poi ritrattato, per via della sua amichetta del cuore obbligata dai genitori a frequentare il catechismo.

E poiché sono una mamma open-minded e un poco democratica, ho acconsentito.

L’accordo preso con la catechista era di tipo voltairiano: non condivido la scelta di mia figlia, ma mi batterò perché cerchi e affermi la sua verità, sicché per piacere non mi coinvolgete nei raduni spirituali e in tutti questi fatti qua perché non sono disponibile.

E la cosa ha funzionato per due anni.

Però oggi, a soli quindici giorni dall’evento, la riunione mi toccava.

Sono arrivata in ritardo, giusto mentre la catechista ammoniva una platea di cinquantaquattro mamme affinché non presentassero le bambine con acconciature improbabili di perline, fiorellini e cosettini vari, che il giorno della Prima Comunione è un giorno sacro, di purezza e semplicità.

Per un attimo mi sono detta che forse le cose erano meglio di come pensassi.

E’ stato un attimo.

Immediatamente sono ripiombata nella partita doppia sacramentale. Allora, trenta euro di saldo per il saio, poi ci sarebbero, in ordine: trentacinque euro di addobbo floreale, cinque euro per la candela devozionale e a scelta il giglio, quello basic a otto euro, quello smart, detto giglio di sant’Antonio, a diciassette euro, con preghiera di lasciarlo eventualmente in dotazione alla Cattedrale come addobbo.

E già lì mi sono opposta, che non mi pareva sensato – visto che era un giorno di semplicità e purezza – creare ‘sta cosa di gigli di serie A e serie B. Mozione accolta.

Con un rapido calcolo ho realizzato che trentacinque euro per cinquantaquattro mamme facevano una cifra esorbitante e mi sono permessa di prendere nuovamente la parola per avanzare una proposta che nella mia stessa premessa ho definito “volgare e materiale”: ossia destinare una quota minima, residuale, all’acquisto di una corbeille simbolica da depositare sull’altare e destinare il resto se non ai poveri abruzzesi senza casa, quanto meno a due o tre famiglie abbienti, molto ma molto abbienti, i cui figli frequentano la scuola grazie ad una convenzione comunale. Molto abbienti, famiglie totalmente degradate.

Panico negli occhi delle mamme devote, terrore in quello delle catechiste.

Ed ecco che come per miracolo – d’altronde non è ciò di cui stiamo trattando? – si è materializzato un giovane sacerdote morbido e burroso, troppo burroso, con voce melliflua e anche un poco bianca, tale e quale a Philip Seymour Hoffman ne Il dubbio,  che ha preso la parola ed è sceso suo malgrado in quei dettagli volgari cui fa riferimento la signora, perché è necessario.

Abbiamo dunque appreso che: solo parte dei fondi, effettivamente è destinata ai fiori, ma il resto verrà impiegato per sopperire a pressanti necessità.

Abbiamo appreso altresì che un prete incassa dieci euro per ogni messa ordinaria e dieci euro supplementari per ogni messa on demand (abbonamento pay per pray), senza contributi. La Chiesa dunque lavora al nero.

Abbiamo appreso che il caro vita riguarda tutti, signora mia. Voi non avete idea di quanto ci costino ostie e vino (ma che si bevono questi? Lo Chateneuf Du Pape 2005? Il Bolgheri superiore Ornellaia 2004? E le ostie, le ostie, saranno di coltivazione biologica o devono finanziare la costruzione di un ostificio delocalizzato in Cina e gli serve la fideiussione bancaria?).

Abbiamo appreso che la Cattedrale ha grosse difficoltà economiche per il completamento di un restauro di affreschi recentemente scoperti per i quali la Regione ha fornito il ben misero contributo di 180.000 euro, lasciandoli con una quota a loro carico di 27.000 euro per il reperimento dei quali non sanno dove battere la testa (si può dire battere per i religiosi o pare brutto?), per un’opera che sarà poi a totale disposizione della popolazione tutta.

(Nota a margine: il Governatore della Regione è quello stesso signore che per anni ha impedito la costruzione del termovalorizzatore perché al vescovo di Acerra non piaceva e si sarebbe trascinato dietro l’elettorato cattolico tutto. Ma non era comunista, ‘sto signore?)

Abbiamo dunque appreso, cari signori, che la vocazione è a carico di tutti noi, se volete la salvezza. Sennò, fottetevi.

Hai voluto la bicicletta, Flounder, ricorda. Signorsì, me lo ricordo.

A quel punto nella mia volgarità ho dovuto pubblicamente affermare che questo in fondo era un discorso onesto. In definitiva lo era.

All’uscita sono stata bloccata dai due fotografi: foto o filmino?

Nessuna delle due.

Non può portare le sue apparecchiature in Chiesa, è un giorno di purezza e concentrazione, non è possibile vedere in continuazione flash scattare sull’altare.

(Non concentrazione, concentramento. Come i campi. No, no, niente, niente. Una cosa mia)

Non le porterò, giuro. E se anche le portassi ho un Iso 3200, scatto senza flash.

Signora, il pagamento del servizio fotografico è obbligatorio, legga qui.

Ho letto lì, era obbligatorio. Non si sa stabilito da chi, forse per decreto divino. Quindici euro. Poi tre euro per ciascuna foto.

Dunque – ho chiesto – posso anche non prendere foto, l’importante è che paghi il pizzo? E’ così?

Non dica così, signora, che brutte parole.

Lo dico, invece, questo è il racket del sacramento.

Ipocritamente ho pagato anch’io, ho pagato tutto, fino all’ultimo euro. Del resto avevo voluto la bicicletta.

Non credo che andrò all’inferno. La teoria della salvezza prevede che un pentimento in punto di morte, purché sincero, mi salverà. A meno che non intervenga un Lodo Qualsivoglia a cambiare le regole, beninteso.

postato da: Flounder alle ore 20:10 | link | commenti (24)
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giovedì, 30 aprile 2009

Milk Intolerance, Allergie and Adverse Reactions.

Io non so dirmi felice o infelice.

E’ da tanto che non me lo chiedo più. Qualunque cosa sia, è necessaria. Non so dirmi altro.

Adesso trascorro giornate intere spesso senza dire una sola parola, credo che sia ancora per via della tazza, quella tazza da latte sbreccata attraverso la quale suo padre gli parlava.

La cosa strana è che lui non beveva latte, non ne aveva mai bevuto e neppure ricordo come sia cominciata tutta questa storia.

Ricordo che mi tradiva, questo lo so da sempre.

Credo che avesse cominciato a tradirmi dal giorno esatto in cui aveva scoperto di amarmi, e del resto non avrei potuto fargliene una colpa.

Capisco che al crescere del suo amore dovessero aumentare i tradimenti, c’è chi non sopporta l’idea di riporre la propria vita interamente nelle mani di un altro e ha bisogno di sparpagliarsi per mantenere l’illusione di un controllo e una scelta. Per raccontarsi di essere libero.

Non me ne sono mai crucciata. Ci sono persone che credono di appartenere solo a se stesse, e talvolta è bene preservare quest’illusione.

Del resto le rare volte in cui avevo provato a parlarne mi aveva picchiato così forte da farmene passare ogni altra intenzione. Ma neanche quella è cattiveria, lo so bene. Ci sono persone che non sopportano l’idea che il mondo sia altro da come lo immaginano e allora sono costrette ad annientarlo per sopravvivere.

Credo che sia stata una mattina di cinque o sei anni fa.

Fumava molto, in quel periodo, e quando fumava rideva e diventava più dolce, la smetteva di chiamarmi stronza o puttana e mi diceva amore mio, amore mio grandissimo. E poi rideva a crepapelle.

Ci sono persone che di fronte alla tragedia provano il bisogno di ridere, lo so bene. Ed è bene che nessuno le contraddica o lo faccia notare, serve a mantenere tutto insieme, perché non si creino fratture.

Ma quella mattina era agitato.

Attraverso la tazza suo padre gli aveva appena comunicato che i cinesi avrebbero scalato le vette dell’economia mondiale e che il porto di Tianjin in breve tempo avrebbe ospitato un terzo delle merci movimentate su scala mondiale. E per quanto questa cosa non riguardasse minimamente le nostre vite, lui gridava. Urlava che questa, e solo questa, era la vera occasione della sua vita, e che non sarei stata certo io a fargliela perdere. Che non valevo niente, io, e m’avrebbe mollata qui per seguire il suo destino, che finalmente suo padre era tornato a farsi vivo. Aspettava solo un messaggio preciso, un’indicazione di quando e come, poi sarebbe partito.

Da allora la tazza era diventata il nostro incubo: da un lato ci toccava fingere di ignorarla, per mantenere una parvenza di normalità; dall’altro occorreva trovarle un posto adatto, come fosse stata un’urna cineraria. Tenerla d’occhio costantemente, fare dei turni giorno e notte.

Suo padre, quel padre che in vita non gli aveva mai parlato, che era sparito senza lasciare fotografie, scarpe e nemmeno debiti, adesso era sempre lì, presente nei momenti meno opportuni.

Gli aveva consigliato addirittura di giocare in Borsa, di vendere tutto e tentare la fortuna su un titolo dal nome astruso. Forse gli aveva addirittura parlato male di me, per la piega che nel tempo avevano preso i nostri rapporti, sebbene non avesse diritto e nemmeno motivo.

A volte, nel corso di lunghe serate silenziose, sedevamo di fronte alla tazza, aspettando che in qualche modo ci comunicasse una direzione certa, ci fornisse un segnale, una possibilità di scelta.

Che potesse addirittura raccontarci della fine dei nostri giorni risparmiandoci la rabbia e il dolore e quell’attesa insensata che sfiorava l’umiliazione.

Ma la tazza aveva una sua precisa volontà, un codice e un senso del tempo che non potevamo influenzare dall’esterno e neppure condizionare con la minaccia di scagliarla contro la parete e distruggerla per sempre.

Quando lui era fuori la prendevo tra le mani, la rigiravo. A volte mi sorprendevo a cullarla come un neonato, a cercare un contatto intimo. A supplicarla come fosse un dio stizzoso e caparbio.

- Di’ qualcosa, te ne prego. Di’ qualcosa solo a me, dimmi che sei dalla mia parte, che ci aiuterai.

Ma la tazza restava inerte.

Allora mi convincevo che era solo una tazza, niente di più, e fino a sera la cacciavo fuori dalla mia mente, non ci pensavo. A volte per scherno ci sputavo dentro e la lasciavo così per ore. Poi mi prendeva un tormento, un misto di terrore e rabbia e correvo a lavarla, ad asciugarla, con le mani tremanti e il timore che per punirmi mi scivolasse di mano cadendo in mille pezzi.

***

Io ora mi dico talvolta che le cose sarebbero potute andare in tutt’altro modo.

No, non è che mi stia pentendo, si badi bene. Non mi pento e non rinnego.

Voglio dire semplicemente che forse avrei potuto prevedere che le cose sarebbero poi andate a finire così. Alla fine, quello che resta è la mancanza.

Mancare, come il sale nel cibo, come un decimale che completi l’uno, come un arto amputato.

Come la firma sotto una cambiale tratta, come il rosso nella carta dei vini, come le cose di cui a priori non si stima la perdita.

Decisi di nasconderla, di farla sparire. Avrei approfittato di un momento di distrazione durante uno dei suoi turni, quando di colpo il capo gli crollava sul petto e si addormentava per una decina di  minuti, di modo che non potesse incolparmi. Si trattava solo di restare sveglia e aspettare, prima o poi sarebbe accaduto.

Accadde, infatti, e nel giro di pochissimi istanti – fui molto lesta, sì – la tazza scomparve, e io tornai a letto, fingendomi addormentata. Durò pochissimo.

Lo sentii sbraitare e accendere la luce, trascinarmi giù dal letto e suonarmele di santa ragione. Ma tenni duro, negai fino allo spasimo. La tazza era ben nascosta, non avrebbe mai potuto ritrovarla.

Raccolse poche cose e uscii di casa senza mai farci più ritorno.

***

Avevo otto anni quando mio padre morì.

Accadde in una radiosa mattina estiva, eravamo pronti a partire per il mare. Finì in un attimo, un lampo. Senza avere neppure il tempo di salutarci o dire una parola.

Adesso la sera resto qui, seduta in penombra, e sfioro la tazza sbreccata. Adesso è mia, non ha più segreti da nascondermi.  Ci sono persone che di fronte agli oggetti provano un misto di rabbia e rispetto, in perpetua tensione tra la voglia di distruggere e il bisogno di conservare. E’ bene che decidano da sole, senza pressioni dall’esterno.

Una sera le ho chiesto: ma proprio non è possibile? Non c’è più modo di essere bambini?

Ha risposto piano piano, un po’ mi sembrava che cantasse. Baritono basso, come mio padre.

 

“Vede, se c'è un sogno che non mi ha mai abbandonato, qualsiasi cosa abbia scritto, è quello di scrivere qualcosa che abbia la forma di un diario. In fondo il mio desiderio di scrivere è quello di una cronaca esaustiva. Cosa mi passa per la testa? Come scrivere tanto velocemente da conservare tutto ciò che mi passa per la testa? Mi è capitato di riprendere in mano dei taccuini, dei diari, ma ogni volta li abbandonavo; alla fine ci ho rinunciato, e ora non tengo più alcun diario. Tuttavia, è il rimpianto della mia vita, perché quello che mi sarebbe piaciuto scrivere è proprio questo: un diario totale”.

Jacques Derrida

postato da: Flounder alle ore 15:59 | link | commenti (8)
categorie: prima di dormire
lunedì, 20 aprile 2009

Un'autobiografia (s)ragionata

Brunella detta Flounder nasce a Napoli il 24 aprile 1967, di mattina.

Da allora darà sempre bellissime feste di compleanno, ché tanto il 25 è festivo e si può far tardi senza problemi. Perché organizzati si nasce, non ci si diventa.

Nel 1969 vede l’uomo sulla luna e capisce che lei invece è un’altra. Scopre così il funzionamento della reazione a catena, il concetto di reciprocità, il calembour, la differenza tra mano destra e sinistra e la sessualità infantile.

Nel 1971 le dondola precocemente il primo dente, che perderà non prima del 1972. E’ l’evento scatenante della poetica della precarietà, che caratterizza tutta la sua opera successiva e permea lo spirito di sopportazione di quanti la circondano.

Nel 1974 sogna per la prima volta la palude, sogno che insieme a quello della madre superiora con il velo incollato ai capelli, la seguirà anche in vacanza all’estero. Per lo spavento cade dal letto e viene presa in ostaggio dalla sua produzione onirica, che si installa in modo del tutto abusivo e parassitario nella sua esistenza, senza licenza, senza pagare contributi e facendo i turni notturni, tutto al nero.

Nel 1978 deve essere accaduto qualcosa, ma non lo ricorda. Anni dopo pagherà profumatamente un analista junghiano per scoprire che non era accaduto praticamente nulla. Poi ne pagherà un altro freudiano per curare la delusione. Poi si fabbricherà dei ricordi fasulli per fregare l’inconscio. In un prossimo futuro conta di invertire il trend e farsi pagare per raccontarli. O anche di restare in silenzio, che forse è meglio.

Nel 1982 raggiunge il suo record personale di altezza: 1 metro e 52, ad oggi rimasto praticamente imbattuto.

Nel 1985 perde la verginità, ma per fortuna era assicurata contro furti e smarrimenti. Anni dopo la ritrova e scopre che in realtà la prima era solo una copia. Quella vera la mamma gliel’aveva conservata in cassaforte.

Nel 1989 si imbarca su un cargo battente bandiera giapponese dove si nutrirà per mesi di sushi liofilizzato e alga wakame. Cerca di organizzare la resistenza eurocentrica leggendo Il Grande Meaulnes, Il diavolo in corpo e La lingua salvata, poi cede sfinita allo strapotere locale e si abbandona a  Mishima e Tanizaki.

Nel 1993 ha una crisi depressiva e un gelo al cuore che cerca di curare omeopaticamente pattinando sul ghiaccio,  con discreto successo e qualche sbucciatura. Si appassiona ai fiori di Bach, a Carlos Gardel e al cous cous. La notte sogna catarticamente di uccidere la sua capufficio e di sparpagliarne le membra nei paesi ACP. Al mattino i sensi di colpa la rendono emaciata e vagamente somigliante a Leonarda Cianciulli.

Nel 1996, dopo molte insistenze e vibranti appelli da parte del suo fidanzato, alla fine accetta di lasciarlo (ad un’altra) e di fuggire (da sola)  nel golfo di Guinea, dove per mesi si nutrirà solo di igname e gamberetti postulandone le intrinseche qualità amnestiche.

Nel 1998 si infila in un tunnel e stipula – a sua insaputa – un mutuo con un avvocato civilista che un giorno la condurrà verso la libertà. Però un giorno, eh, mica adesso.

Nel 1999 si riproduce. La sua stanza da letto è ancora sotto l’analisi del RIS, che da anni cerca di scoprire l’arma del delitto.

Nel 2000 si imbatte in una conoscente che la schiaffeggia a bruciapelo apparentemente senza motivo. Dopo due ore di conversazione isterica si scoprirà che era la donna cui aveva lasciato il suo fidanzato e la cui vita ne è stata irrimediabilmente distrutta. Chiede un risarcimento, ma la pratica viene archiviata per scadenza dei termini di garanzia e rimborso. In compenso diventano amiche, che di questi tempi mica è poco!

Nel 2004 apre un blog senza licenza e la sua vita cambia da così a così. Da così a così. Aspe’…da così a così. No, da così a così. Mome’, che metto un disegno.

Nel 2006 inizia a farsi crescere i capelli, in laboratorio. Provateci voi, ve’, co’ ‘sti cespugli. Dai, provateci. Visto che non è facile?

Nel 2008 compie quarant’anni per la seconda volta e si innamora di un archeologo per la prima. Lui ama le sue rughe ma lei non lo capisce, ha un cuore da Demetra e un poco si schermisce. Talvolta ballano il tango e lei sospira e traspira. Lui di più, però.

Nel 2009 a scopo terapeutico e anche un po’ onanistico si reiscrive all’Università e quando le chiedono: ma tu stai con l’onda?, lei risponde: io? Ma se nemmeno guido il motorino! No, sto a piedi. Però non ride nessuno. Nello stesso anno compie quarant’anni per la terza volta. Lo scopo non è quello di entrare nel Guinnes dei primati, ma di consentire alle amiche più giovani di recuperare lo svantaggio di base senza timore di arrivare in ritardo. Si chiama altruismo.

 

Sto per entrare in questo nuovo anno di vita barcollante tra l’idea hillmaniana che il modo in cui agiamo è esattamente ciò che siamo e lo choc di aver appreso, questa mattina che Vio Barco, figlio di un ex presidente della Colombia e mio compagno di studi in giovinezza, alto, biondo, occhio ceruleo, di mamma svedese e di cui tutte noi fummo pazzamente innamorate e al quale preparammo con diligenza parmigiane di melanzane, tortellini col ragù e quant’altro, ha fondato una grandissima associazione per la tutela dei diversi, nel suo paese, dopo il suo intenso coming out.

Per un’incredibile coincidenza mi resta una foto che ho rivisto ieri sera e che ci ritrae insieme nel giorno del mio ventitreesimo compleanno, in cui siamo addossati ad una parete, lui sorridente e pacato, io con il viso impertinente.

Nei nostri sguardi mi pare impossibile scorgere ciò eravamo e ciò che saremmo (o non saremmo) diventati.

E’ per questo che le biografie si inventano, si rimaneggiano, si rimescolano: per cercare di scorgere nel caos una qualche forma di verità invisibile agli occhi.

postato da: Flounder alle ore 13:09 | link | commenti (29)
categorie: cretinismi, madeleines
giovedì, 16 aprile 2009

Seconda stella a destra, questo è il cammino.

Arrivavo da Genova, dove abbiamo trascorso le vacanze pasquali. Una bella città, Genova, sicura di notte nei carruggi, nonostante il porto. Trasporti pubblici funzionanti, anche il Lunedì in Albis. Pulita. Puzza un po' di piscio, ma insomma, non è che si pretenda la perfezione.

Arrivo a casa, dunque, e riprendo la routine, il solito tran-tran: sveglia alle sette meno dieci, accompagna la creatura a scuola nel centro storico, lascia l’auto al parcheggio sotterraneo antistante la stazione ferroviaria, sali su un treno e inizia la giornata di pendolare Caserta-Napoli.

Solo che stamattina il territorio era presidiato: decine di volanti della Polizia, tutte completamente equipaggiate, pattuglie a piedi, in motorino.

Ci sarà una retata, mi sono detta, anche un po’ soddisfatta.

Ché questa è la terra dei Casalesi, delle discariche abusive, della prostituzione selvaggia, delle licenze edilizie a pioggia. E’ la provincia che ogni anno finisce al fondo delle statistiche sulla vivibilità. E’ la città che fino a pochi, pochissimi anni fa, non aveva nemmeno una sala cinematografica.

Poi sono arrivati i grandissimi centri commerciali che hanno portato entertainment, benessere e riciclaggio.

Vabbè, non divaghiamo.

Dicevo che insomma stamattina vedendo tanta polizia, e transenne e traffico deviato, ho pensato anche un poco al peggio: una sparatoria, un attentato, il crollo di una palazzina per una fuga di gas.

Io poi ce l’ho questa vena un poco catastrofista, soprattutto negli ultimi tempi che la gente mi muore ai lati come se niente fosse. Dicono che è colpa dei veleni che respiriamo, quelli che stanno interrati proprio accanto alla città. Delle cose che mangiamo.

Ma invece no, finalmente una buona notizia: tutti questi pazienti servitori dello Stato e del cittadino non erano lì per qualcosa di brutto. Semplicemente vigilavano a che nessuno infrangesse la nuova area pedonale.

Il centro tutto diventa ZTL, ventiquattr’ore su ventiquattro.

Scusi, chiedo al primo poliziotto, come faccio ad arrivare in quella strada lì?

Segua il flusso delle auto, poi rientra da quella traversa sulla sinistra, parcheggia e prosegue a piedi.

Dopo circa quindici minuti riesco nell’impresa e deposito la creatura a scuola. Alla poliziotta che presiede alla traversa della scuola chiedo: e adesso come faccio ad arrivare alla stazione da qui?

La poliziotta riflette un attimo.

Io propongo una possibilità, ma no, c’è un cantiere appena aperto, in concomitanza col nuovo piano del traffico.

Un’altra, ma no, c’è isola pedonale anche là.

Poi la poliziotta ha un'idea e mi suggerisce un percorso alternativo per uscire dalla città, arrivare in un comune limitrofo, rientrare in città e dirigermi alla stazione dal lato opposto.

Ma lei poi col treno dove deve andare, signora?, mi chiede.

A Napoli, rispondo compita, nonostante la stizza.

E non le conviene a questo punto andarci in auto?

Respiro a fondo e poi le dico: non lo prenda come un fatto personale e neppure come un’aggressione a pubblico ufficiale, ma secondo me qua ci vogliono le bombe.

Lo penso pure io, risponde la poliziotta sovrappeso e bonacciona, vittima del ruolo.

Dopo altra mezz’ora raggiungo finalmente la stazione e mi intrattengo a chiacchierare con altri due poliziotti che prendono il caffè insieme a me.

Nel frattempo sono diventata aggressiva e polemica, lo ammetto.

Il più anziano dei due – ha un bel pizzetto canuto – si stizzisce e un poco si altera: signora cara, lei pretende di portare avanti istanze personali senza tenere conto del fatto che certe iniziative vengono prese per il benessere della cittadinanza tutta.

Mi viene in mente la metà di una frase che ho sentito da un’intervista a De André nella mostra vista a Genova, qualcosa a proposito del fatto che desiderare di avere dei privilegi sia umano, ma non ricordo il seguito, proprio non riesco a ricordarne la formulazione esatta. O forse mi vergogno di dirlo.

Non di me, mi vergogno, ma della tracotanza con cui chi difende un manipolo di commercianti e lo spaccia come un dono di vivibilità e progresso alla popolazione, ometta poi di preoccuparsi delle strade piene di buche che vengono a malapena rattoppate, della mancanza di trasporto pubblico per i bimbi che vanno a scuola, per il fatto che esista una sola scuola pubblica in tutta la città ad avere il servizio mensa, per la raccolta della spazzatura differenziata che non ingrana, per tutte quelle minuscole cose che dovrebbero rendere accogliente, bella e facile da vivere una città di provincia, differenziandola da città di quattrocentomila, seicentomila, un milione di abitanti.

Ha ragione, dico al poliziotto. Pensi che egoista, che sono.

postato da: Flounder alle ore 23:06 | link | commenti (10)
categorie: chi tène o mare, pendolaria
giovedì, 09 aprile 2009

Aprile è il più crudele dei mesi. Sottotitolo: esistere è resistere.

Mi piacerebbe in questo momento potermi definire isterica, ma la sintomatologia parla chiaro: mi mancano le paralisi, l’astasia-abasia, le parestesie e la belle indifférence.

Sicché non saprei come chiamare quest’alternanza di riso e pianto, di iperpresenza e distacco, di grottesco e dramma autentico. Come se fluttuassi, come se entrassi e uscissi da me e dal mondo che mi circonda. Come se perdessi continuamente il senso e mi affannassi a ricercarlo per perderlo di nuovo e perdermi.

Volendo potrei parlare di terremoti, magari lo farò in un altro momento.

Anche lì c’è del grottesco, per esempio su come i diversi nella disgrazia tornino ad essere uguali a noi, per poi tornare ad essere diversi quando tutto sarà finito. Ho appena finito un libro bellissimo che spiega come e perché accade questo: è l’esasperazione della logica dell’uno del pensiero liberale, il narcisismo delle piccole differenze, l’esito della democrazia e dei censimenti.

Sembra che ciò che da sempre appassioni scienziati e filosofi sia l'incremento spontaneo di nascite e matrimoni dopo le grandi calamità. Quasi che fossero beni rifugio. Lo credo anch'io.

E in verità è proprio di terremoti, che ho voglia di dire. Interiori, personalissimi.

Del senso di precarietà in cui galleggio, della fragilità dell’esistenza. Di chi c’è e sparisce all’improvviso, senza avvisare.

Di ciò che ci stiamo perdendo nel passare dei giorni: due polmoni di qua, un altro di là, un paio di prostate, una vescica, un seno, il senso della vista, il senso del tatto e il riso.

Chi offre di più? Suvvia, che aggiudichiamo, faccia la sua offerta per restare in vita, per rimanere aggrappato alla barca. Presto, che non c’è tempo.

Per anni e anni ho avuto il terrore di finire i miei giorni in assoluta povertà, stracciata come una barbona, demente.

Era una fantasia, la drammatizzazione della paura della perdita. Anche della perdita del controllo.

Poi mi è passata, ci è voluto tempo per sradicarla.

No, sradicarla no. Per attutirla, attenuarla. Le paure non si sradicano, al massimo si addomesticano.

Si sistema una lettiera in un angolino, le si porta un poco a spasso e ogni tanto una carezzina sul muso.

Poi tornano, come bisognose di attenzione.

La mia è tornata più smagrita, oggi ha scelto altre immagini per rappresentarsi.

Volendo, forse ne farebbe a meno, è stanca anche lei. Potendo, mollerebbe.

Ma è scritturata per questo, è il suo mestiere. Sembra quasi scusarsi di essere di nuovo qui.

Potendo essere isterica, lo sarei. E trascinarmi a terra come una tarantata e urlare fino allo sfinimento, fino a svuotarmi. E poi dormire, dormire a lungo e senza sogni.

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martedì, 07 aprile 2009

Trash è bello

Non so cosa accada in questo blog, ma mi rendo conto che è arrivato il momento di un post privo di pretese intellettuali. Per questa volta basta limitarsi a guardare le figure.

Trash è bello

postato da: Flounder alle ore 22:41 | link | commenti (13)
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