Certe piccole manie

Solo le persone superficiali
non giudicano dalle apparenze
Oscar Wilde

"Se non sai ciò che vuoi, ti tocca accontentarti di ciò che viene"
Luciana Littizzetto

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giovedì, 19 novembre 2009

Should the colon be sacrificed or may it be reformed?

E qua vi si devono dire parecchie cose. Innanzitutto che questo post parla di cacca.

In secondo luogo che la cacca non è qualcosa di privato, come finora abbiamo creduto, ma è qualcosa di tremendamente pubblico. Il passaggio dalla sua dimensione pubblica al fare della cacca un mezzo di controllo politico ed economico è brevissimo e si traduce nell'esercizio del potere sui corpi altrui.

In terzo luogo vi verrà detto che le cacche non sono tutte uguali. Alcune sono più controllate di altre, per ragioni che adesso vi verranno spiegate.

In quarto luogo si precisa che qui non si parla di Freud, di fasi anali e controlli sfinterici, con tutto quel che in psicologia clinica ne consegue o meno: avarizia, aridità, timore delle punizioni, autostima, fissazioni, ostinazioni, disorganizzazione e quant’altro. Nonzignore. Qua si parla di cacca e controllo sulle donne. Mo’ ve l’ho detto.

La frase che dà il titolo al post in realtà è il titolo di un articolo scientifico scritto nel 1893 da John Harvey Kellogg, medico chirurgo nonché papà del vegetarianismo nonché fratello di Will Keith Kellogg, che si impossessò della ricetta formulata dal fratello e fondò l’omonima azienda produttrice di cerali.

Il dottor Kellogg, quale membro devoto di una qualche chiesa americana, forse gli Avventisti, forse i Mormoni, era un uomo morigerato e timoroso di Dio, e ai suoi pazienti somministrava una dieta totalmente priva di derivati animali, aboliva alcol, caffeina e tabacco, mirando in questo modo sia alla pulizia del colon che all’abbattimento delle passioni.

In poche parole il cornflake nasce come purificatore e antiafrodisiaco.

Ammettiamo anche per un attimo che sia vero – e personalmente potrei sostenere il contrario, in termini tanto personali quanto oggettivamente energetici – e facciamo un passo ulteriore.

La maggior parte dei pazienti del dottor Kellogg erano delle pazienti. Donne affette dal dramma della costipazione che nella sua terapia, fatta di ricorso a cibi semplici,  salassi e purificazioni di ogni sorta, parevano trovare sollievo.

Ma andiamo avanti e pensiamo per un attimo a tutte le pubblicità sulla costipazione. Che si tratti di cereali, bifidi, lassativi o chissà quale altra sostanza per favorire l’evacuazione, il testimonial è sempre una donna. Spesso due. Una che è l’amica “liberata” e l’altra che invece si sente “prigioniera”.

Idem per tutto il marketing del mestruo, prima, durante e dopo quei giorni.

Ultimamente c’è una pubblicità sull’incontinenza, con tre amiche dinamiche sedute su una vetta di montagna. Avranno trentadue, trentacinque anni al massimo, e grazie al mitico pannolone hanno scalato la montagna senza bagnarsi i pantaloni. Ah, povero sesso debole!

Parallelamente, nel discorso della pubblicità, gli uomini evacuano senza drammi. Loro soffrono di altre cose.

Prendono aerei distrutti da riunioni snervanti e dall’emicrania e grazie all’ ammiccamento da parte della biondazza nordica di turno e pillolina di conforto, il mal di testa passa all’istante.

Condiscono insalate con oli senza trigliceridi, per saltare la cavallina oltre i cinquant’anni.

Restano bloccati da un mal di schiena a causa delle routine quotidiane che li vedono impegnati in attività di falegnameria, bricolage e trasporto carichi.

Loro si ammalano perché “fanno”. Noi perché “siamo”.

Ho letto un libro molto affascinante, carico di spunti e con una bibliografia corposissima che parte da Aristotele e finisce ai giorni nostri. Un libro che tratta della costruzione culturale della donna, a partire dal suo corpo, dalla sua fisiologia misteriosa.

Parrebbe dunque che il male e la malattia siano connaturati, consustanziati al corpo femminile. La donna è un essere pletorico, c’è da fare attenzione. Pandora il vaso lo porta dentro di sé.

Le malattie sessuali sono tutte veneree. D’altronde zeusee o gioviali sarebbe cacofonico o incongruo, ammettiamolo.

Nel caso degli uomini, invece, lo stato di malattia proviene per lo più da agenti e fattori esterni, da equazioni elementari e principi di azione e reazione.

Vale a dire che l’uomo ha un corpo, e poi anche tutto il resto, mentre invece la donna è un corpo e tutta la messa in cultura si svolge a partire dalla cavità in cui si annidano sangue, cacche, sperma. Umori prodotti in autonomia, proprio a causa della diversa composizione istologica, ormonale, oppure assunti per impregnazione. Il discorso dell’impregnazione è molto interessante, riguarda tra le altre cose l’azione salvifica del seme maschile su questa povera crista malaticcia. Ti salvo e ti domino. Ti impregno e ti trasformo.

Mi ha fatto venire in mente il bukkake e il gokkun, mi ha fatto venire in mente tutta una serie di videogiochi incentrati sulla figura delle gigantesse, creature cibernetiche enormi che si nutrono di piccoli omini. Il concetto di impregnazione va oltre il tempo e le culture. E’ fondante. E poi l’altra faccia di questo ventre misterioso che tutto inghiotte e tutto contiene. La Grandi Viscere che incombono, che incessantemente prendono e rilasciano, sporcano il mondo e al tempo stesso lo creano, dando vita.

Questo signor Remaury, l’autore del libro,  analizza il linguaggio della cosmetica e descrive questa povera Donna da sempre alle prese con l’ambiguità delle definizioni: da un lato una certa mollezza fisica,  una porosità del corpo, sotto le perenne minaccia di agenti interni ed esterni che non le lasciano pace. Dall’altro quest’appetito insaziabile che va contenuto e placato, per evitare la distruzione del genere maschile.

Descrive mirabilmente il senso di colpa che grava sulle Donne per tutte le trasgressioni che eventualmente vogliano agire contro l’ideale di salute e di bellezza imposto dall’alto. Le rende responsabili della salute dell’intero corpo sociale e - al tempo stesso – della sua perdizione.

La Donna è un Monatto.

Insomma, una gabbia dalla quale non si riesce ad uscire se non travestendosi con altri stereotipi a mo’ di mantello per tentare una fuga, peraltro  verso non si sa dove.

Giorni fa segnalavo su facebook questo articolo, che riassume un po’ il senso della faccenda.

E dunque questo corpo poroso, freddo e umido, ha il potere di trattenere e rilasciare come spugna.

Il corpo della donna – che assomma in sé corpo, cervello, psiche e immaginario altrui - può far ammalare il corpo sociale maschile, diffondendo ogni sorta di malattia venerea e psichica. Va dunque curato, fatto oggetto di prevenzione e profilassi, osservato, sezionato e ricomposto in forme gradite e accettabili per il mantenimento dell’ordine.

Ecco perché dovete fare la cacca tutti i giorni.

martedì, 10 novembre 2009

Wahrheit macht frei (idee per un progetto di esperimento litologico in doppio cieco)

Che poi uno può chiedere: perché metti un titolo in tedesco?

E uno risponderebbe: per due motivi.

Il primo è che a me il tedesco dà l’idea di rigore, e questo già mi piace. Il secondo è che gira per teatri in questo momento un dramma sulla memoria, qualcosa di simile a La Morte e la Fanciulla,  che mi piacerebbe vedere e che porta questo titolo. E riuscire a ricordare – anche a titolo meramente personale – è qualcosa che rende liberi, che apre vie di accesso e di fuga.

Io per esempio ho il vizio di alzare gli scudi per proteggermi dai ricordi spiacevoli, per evitare che contaminino il presente e mi ripropongano emozioni analoghe.

La questione è che i ricordi hanno la stessa struttura ossea dei topi e dei gatti, riescono ad appiattirsi, a farsi sottilissimi e penetrare ovunque, così lo scudo si rivela inefficace.

E allora sarebbe meglio non alzarlo affatto questo scudo, sgombrare il campo dalla necessità difensiva e contrattaccare. Meglio ancora sarebbe lasciar parlare il ricordo e sentire cosa viene a proporci: se un avvertimento, un consiglio, una caccia al tesoro, un patto di non belligeranza o un ballo in maschera.

La verità, quale che sia, rende liberi. La verità che si riceve, nelle parole e nei gesti, ma ancor di più quella che si dice a se stessi, nei pensieri e nelle omissioni.

Io a volte temo di essere invisibile.

So di non esserlo, so che il problema caso mai risiede nell’esatto contrario: sono ingombrante, pervasiva, onnipresente. E’ solo che talvolta finisco per calcolare male le proporzioni e mi interpreto invisibile.

A volte riesco a rendermi invisibile perfino a me, pratico un camouflage terapeutico con emozioni coprenti che però hanno il limite di non resistere all'acqua e si sciolgono alla prima lacrima.

Che del resto poi non è in conflitto. Fintanto che non si ha voglia di affrontare un ostacolo, si preferisce girargli intorno.

Finisce così che il masso, interno o esterno che sia,  si integra a perfezione nella tua vita, si finisce per conviverci, talvolta lo si dimentica per quanto fa parte dell'arredo urbano esistenziale, fino al giorno in cui per fretta, disattenzione o casualità, ci si sbatte vicino e ci si frattura l’alluce.

La verità, quale che sia, rende liberi. Di spostare il masso, di bombardarlo con la dinamite e perfino di ammettere di esserci affezionati e non volerlo perdere per nessuna cosa al mondo, nemmeno se ci intralcia il passo in salotto, nel pas de deux o su una pista da sci.

Io ho due grandi massi e la costanza di portarmeli sempre dietro, dovunque vada, facendo una fatica immane.

Uno ha la forma di un’ottusa norma deontologica dell’esistenza che contempla l'autolesionismo abbinato a una playlist di buone maniere, laddove uno senza il masso avrebbe decine di possibilità di scelta.

L’altro invece - sorta di struttura dall'apparenza fragile e tuttavia poco porosa -  assomiglia a quei grandi megaliti turchi che sembrano stare impiedi per miracolo, e invece sono lì da sempre, resistenti alle intemperie  e allo scorrere del tempo. Io non ce l’ho fatta, ad avvicinarmici, nonostante le assicurazioni degli indigeni: pensavo che mi sarebbero caduti addosso, seppellendomi. Preferivo guardarli a distanza, ammirarne stupita forma e bellezza. E nemmeno inciterei qualcun altro ad avvicinarsi troppo, non sono in grado di calcolare il rischio.

Dimenticare un masso da qualche parte è molto più difficile che dimenticare un ombrello.

Se anche volessi mollare il secondo da qualche parte e fingere che non mi appartenga, il primo diventerebbe pesantissimo e starebbe lì a ricordarmi che sto barando.

Così forse sarebbe più facile abbandonare il primo e osservare cosa accade al secondo.

La verità, quale che sia, in ogni caso rende liberi.

postato da: Flounder alle ore 10:16 | link | commenti (15)
categorie: frantumaglia
mercoledì, 04 novembre 2009

Del desiderio e altre storie.

Allora sono qui che leggo, leggo moltissimo. Leggo tesi di laurea scritte da altre, oltre oceano. Leggo i fondamenti epistemologici del loro ricercare. Mi faccio venire delle idee, alcune le abbandono a metà strada, altre le coltivo fino a un punto estremo. Qualcuna la biforco e la tagliuzzo, la sfoglio come una spighetta campestre.

Dovrei scrivere una tesi di laurea pure io. Dopo aver brancolato per mesi nella ricerca di un argomento che mi attraesse, essere passata attraverso la morte, il simbolo, l’antropologia medica, mi pare di essere arrivata dove in realtà avevo sempre saputo di essere.

A monte di tutto, il marxismo ortodosso, quello che pone alla base i soli processi economici, mi sta stretto. Da qualche parte leggevo che lo stesso Engels aveva confessato che in definitiva non avevano avuto troppo tempo per dedicarsi alla cultura, ma che se avessero potuto farlo alla fin fine avrebbero detto anche loro che non era pura sovrastruttura. Lo penso pure io. Questo marxismo stretto ha qualcosa di troppo normalizzante, non tiene conto delle differenze. Mi assomiglia troppo, non posso che detestarlo. Ho bisogno di qualcosa che non mi sia adatto, di qualcosa che anziché rassicurarmi mi renda incerta e precaria. Mi farà male e poi mi farà bene, come una medicina amara.

Sarà una tesi sul corpo – poteva essere altrimenti? Sul corpo e il senso di Sé – poteva essere diversamente?

Sto cercando di restringere gli ambiti, di disciplinare. E’ incredibile quanto mi sia difficile, forse la verità è che sono indisciplinata io, e mi piace pensare il contrario.

Molti anni fa ho comprato a Parigi questo volumone –all’epoca esisteva solo una pessima traduzione in italiano - che si intitola Dialogues avec l’Ange. Fare la storia di questo libro è lungo, qui c’è un link che ne parla bene ma non esaurisce la profondità del testo.

Quando ho comprato questo libro pesavo molto poco e mi colpì un passaggio in cui l’Entità che parla ammonisce le donne affinché pesino, pesino nella carne, nella materia, giacché è solo la materia che collega cielo e terra, è essa che si fa interprete dello spirito e della coscienza.

All’epoca non avevo mai sentito parlare di Merlau-Ponty e negavo totalmente l’importanza della corporeità nella creazione del senso. Negavo totalmente che il corpo potesse essere la porta percettiva sul mondo. All’epoca ero disastrosamente cartesiana, peccato d’abitudine in cui anche oggi ricado, seppur meno frequentemente.

Non voglio scrivere troppo a lungo, sono stanca, sto avendo giornate pesanti.

In breve questa tesi racconterà di corpi oltre la norma.

Non quelle cose trite e ritrite della bulimia e dell’anoressia che ci hanno fatto due palle così, no.

Corpi grandi che aspirano ad esserlo ancora di più, corpi che intendono liberare lo spirito per poi ritrovarsi a impigliarlo nuovamente nelle pieghe della carne.

Poi magari ne parlo in dettaglio un’altra volta.

Quando comincerò a capire se si tratta di corpi  che davvero agiscono una ribellione o se invece non si ottundono diversamente ma sempre nello stesso quadro di negazione del corpo, seppur in senso opposto a quello comune. Quando mi sarà chiaro se lo sguardo che le donne rivolgono a se stesse possa essere uno sguardo libero o se sia solo e sempre l’introiezione di uno sguardo maschile di sé.

Mi ha colpito oggi un’intervista letta ad una di queste persone che agiscono questa sorta di devianza alimentare e sessuale a un tempo.

L’intervistatore chiedeva: cosa ti eccita in ciò che fai e subisci?

L’intervistata rispondeva: mi eccita la piena liberazione del desiderio, senza alcun freno.

E lì mi sono bloccata, un po’ inebetita.

Mi sono messa a pensare al desiderio, all’essenza della cosa.

Ho pensato che ciò che attrae ed eccita me è l’esatto contrario, è la capacità di modulare il desiderio senza dargli libero sfogo, quel trattenere che non è pieno controllo, ma continuo bilanciarsi tra la possibilità di abbandonarsi e quella di resistere, quel bilico tra le possibilità, quella sottile sfida tra la realizzazione e la frustrazione. Ho pensato che mi eccita non l’idea di essere formata e deformata senza limite, ma quella di dare e offrire forma contenuta a tutte le cose.

Ho pensato al Giappone e alla sottile arte del bonsai e della miniatura, della riduzione del cosmo in spazi angusti, al teatro asiatico fatto di piccoli gesti.

E poi ho pensato a tantissime altre cose, fino a perdermi nei miei pensieri.

Quando il cielo è così nero e denso non bisognerebbe mai pensare. Mai.

postato da: Flounder alle ore 22:27 | link | commenti (4)
categorie: il salotto di concetta freud, frantumaglia
martedì, 27 ottobre 2009

Non so se mi spiego. Ma in verità non so nemmeno se mi capisco.

Una delle possibili soluzioni potrebbe consistere nel fatto che Cappuccetto Rosso decida ad esempio di mollare il contegno e fidanzarsi con il lupo - il lupo che è dentro di sé, caso mai - incidendo con un coltellino cuori su tutti gli alberi del bosco: I love the wolf, in barba a mammà,  a nonna no’ e al wwf.

Un’altra sarebbe smettere di ordinare pesci complicatissimi da sfilettare e spinare, concentrandosi sul lavoro di dissezione, in realtà indifferenti al bocconcino che se ne ricaverà, che assolutamente non ripaga dello sforzo. Ordinare direttamente un filetto e apprezzarne il sapore in tutta semplicità.

La soluzione sarebbe la resa, in ogni caso.

Ma non esistono rese indolori, non esistono rese che non prevedano - anche se solo temporaneamente -  una quota immensa di violenza su se stessi. Anche quando si tratti dell’unica alternativa rimasta.

Sto leggendo Fanon, I dannati della terra. Si parla di potere e violenza ai tempi della decolonizzazione.

Ma Fanon era innanzitutto uno psichiatra, uno che ha studiato il modo in cui il potere genera la violenza e i modi in cui questa si propaga, l’alienazione del dolore e della privazione.

In tre stadi. Nel primo la violenza resta esterna a sé, se ne è vittime impotenti. Il male è fuori e lo si subisce. Se ne ha una paura generica.

Nel secondo il male penetra e si propaga, ma non ha il coraggio di respingere l’offensore e si rivolge su obiettivi meno difficili. E’ l’epoca delle guerre fratricide. O se volete, dei dissidi all’interno della stessa famiglia. O della tortura inflitta a se stessi, del tormento che non dà pace. E’ l’epoca della paura e della possessione, della stregoneria e del soprannaturale. O se volete della preghiera e dello scongiuro. Del rivolgersi altrove per il terrore di agire, per la paralisi indotta da rabbia e sconcerto. La paura morde di più, ma non ancora a sufficienza.

Nella terza il male è introiettato e la ferita sanguina e fa più male che mai. E’ il momento della lotta armata, della vendetta. E’ il momento in cui si ripaga quanto si è ricevuto. E’ il momento in cui si sovverte il sistema. E’ la resa al male e al dolore in vista del salto di qualità. La paura si fa rabbia e motore. Si fa cambiamento.

Tutto questo non ha a che fare solo con la decolonizzazione, lo sento.

Tutto questo è quanto si produce dopo ogni strappo, dopo ogni offesa. Dopo ogni privazione.

Canetti dice che la morte è un’offesa. Io dico che la menzogna è un’offesa. Il tradimento è un’offesa. La guerra è un’offesa. Il potere è un'offesa. L’offesa può generare rabbia o paura, secondo i momenti. Per me la stessa vita in certi momenti è un’offesa.

Abbiamo appurato che ostinazione e procrastinazione sono le due facce della stessa medaglia, che aggredire l’ostacolo a morsi o allontanarlo da sé per meglio prendere la rincorsa e colpirlo, sono figli della stessa paura. Abbiamo appurato che la paura è la madre di tutto, è inutile girarci intorno e abbellirla con parole ed esempi superflui.

E’ l’origine dei troppo vuoti e dei troppo pieni, è la nemica delle vie di mezzo e della stabilità.

Abbiamo appreso che talvolta i tentativi di conciliazione, le scuse offerte, sono una finzione, una messa con le spalle al muro. Ero a pranzo con il delegato australiano, oggi. Mi raccontava che il nuovo premier, nell’assumersi le colpe della storia per aver strappato la terra agli aborigeni e nell’aver varato un piano di restituzione delle stesse, ha posto come condizione che gli aborigeni dimostrino in qualche modo di aver saputo far fruttare queste terre negli ultimi duecento anni. Una condizione capestro, per chi da sempre si è nutrito di larve e radici, rispettando la terra che lo ospita, senza provare paura.

Nemmeno questo ha a che fare esattamente con la decolonizzazione, ma con meccanismi più profondi di cancellazione dell’alterità. Con l’imposizione di un potere violento che non ammette differenze. Ha a che fare con la cancellazione della propria  paura mediante sforzi vani, cercando di trasferirla fuori di sé per colpire qualcun altro.

Forse la resa consisterebbe esattamente nell’accettare tutto questo, nel riuscire a ridere con chi bonariamente prende in giro le mie paure, con chi guarda nei miei armadi polverosi e trova scheletri chiacchieroni.

Questa è la vita, cocca, non hai alternative se non l’isolamento. E non funzionerebbe: il lupo è anche dentro di te.

Prendere questa paura e invece di seppellirla in un cassetto lasciarla parlare, urlare con tutto il fiato. Lasciare che sovverta il sistema. Il mio stesso sistema.

Vederla potersi trasformare in un collante che unisca le metà disperse, invece di un’ombra che si muove come un fantasma a occupare lo iato, lasciando le cose distanti.

Sono in uno stato di enorme disordine, in un’agitazione che risveglia vecchi mali. Il primo sintomo è la perdita del corpo. Poi c’è il vivere attraverso i corpi altrui, le vite altrui, perché restituiscano senso e sostanza.

Poi la difficoltà a distinguere la violenza dal calore e la paralisi.

Poi questo enorme senso di smarrimento.

La paura annulla il senso critico, è questa la sua enorme potenza.

Vorrei sovvertirmi facendomi il minor male possibile, cambiare pelle come un serpente.

Ridere di me a crepapelle.

postato da: Flounder alle ore 19:46 | link | commenti (3)
categorie: frantumaglia
mercoledì, 14 ottobre 2009

Poco, pochissimo. Lo stretto necessario.

Io ve lo giuro.

Io scriverei, se solo potessi. Ma non posso.

E non perché mi manchino il tempo e gli argomenti. E’ proprio che non posso: ogni parola scritta è una lama, una punta acuminata, un bisturi che incide.

Ogni pensiero compiuto un laccio scorsoio, una pietra al collo.

Eppure scrivere mi è stato dato come compito, in questi giorni. Perché la mia è una scrittura che cura, che aiuta. Perché scrivere è la mia maniera di arrivare al fondo delle cose, toccarle con mano, riuscire a guardarle, comprenderle e integrarle nuovamente dentro di me.

Ma in questo momento io non riesco neppure ad autocurarmi, non riesco in niente, se non a pensare.

E dio solo sa di quanto ne avrei bisogno.

Parlo sempre di meno, io che avrei chiacchierato anche con i sassi.

In questo momento vivo dentro di me, assemblo immagini, pensieri, ricordi, speranze. Cerco di disegnare un futuro e mi dibatto in un presente talmente vischioso da intrappolarmi. Un presente che mi inchioda al passato. Un presente in cui sto cercando di condensare e far vivere ciò che non ha avuto tempo e forse non lo avrà.

Un presente, soprattutto, in cui temo, più di ogni altra cosa, la perdita del potere immaginativo, del senso della cura e della fiducia. Che per me equivale a morire, in un certo senso.

Mi scuso, mi scuso moltissimo per non rispondere al telefono, per non rispondere alle mail, per rimandare ed evitare tutti i contatti umani.

Sono crisalide in un bozzolo. Forse ne uscirò incartapecorita, rinsecchita.

Che si salvino almeno le labbra, come nei sogni di chi tra molti mi vuol bene.

postato da: Flounder alle ore 21:39 | link | commenti (15)
categorie: frantumaglia
mercoledì, 07 ottobre 2009

Win for wife. In un certo senso come un'esaltazione della piccola solidità borghese.

E allora mi sono messa a osservare questa cosa del Win for Life e mi sono balzate agli occhi subito due cose.

Premetto che era già da diverse settimane che stavo pensando ai giochi e alle lotterie, per via di un saggio che avevo letto sui combattimenti dei galli a Bali e le relative scommesse, e mi ero fatta curiosa dei meccanismi alla base del gioco e delle funzioni e delle dinamiche di regolazione sociale che ci sono dietro.

Non i meccanismi psicologici dell’ossessione-compulsione, dell’adrenalina, della dipendenza  e del contenimento dell’ansia, che tanto quelli si assomigliano un poco tutti.

No, no, non mi interessava questo fatto qua, quanto piuttosto l’analisi del potere che sottende alle relazioni che regolano i diversi giochi, e come si differenziano secondo il tipo di rapporto che si intrattiene col gestore del gioco stesso e le modalità di partecipazione.

E qua so che per esempio Zu capisce bene quello che voglio dire: il bancolottista che diventa una specie di confessore, di deposito di sogni e confidenze, anche intime e non rivelabili ad altri, a fronte del freddo Bingo dove non c’è contatto umano.

Così pensavo al Pachinko, alla Lotteria Italia, al Gratta e vinci. Pensavo che vorrei avere tempo e modo per approfondire questa cosa, che mi diverte moltissimo. Al contenuto celato di ciascun gioco, oltre la superficie apparente della posta e della vincita.

Quando è comparso per l’appunto questo nuovo gioco.

Dicevo delle due cose che mi sono balzate agli occhi: la prima è una vincita infima con virgola.

Uno vince due euro virgola nove e chiede: mi dia un gratta e vinci. E sta a posto così. Un altro vince due euro virgola tredici e ne ritira due. O ne rigioca due, e non esige le cifre dopo la virgola.

Non lo fa nessuno, mi ci sono messa appostata a osservare, ci sono stata un bel po’ di tempo.

Dove vanno i decimi e i centesimi?

Nelle tasche del tabaccaio?

E’ lui, dunque, che win for life?

Ascoltavo giorni fa un programma radiofonico in cui si parlava del Mistery Spending, di quelle cifre che inspiegabilmente a fine mese scompaiono. Si aggirano sui cento, centocinquanta euro a persona e scompaiono in un mondo non contabilizzato, una sorta di economia sommersa che altera in vari modi il reale computo della crisi.

Ma questo riguarda altri fatti.

Seconda questione, che riguarda invece una sorta di paradosso insito nel gioco, rispetto al quale sono arrivata osservando il regolamento, che con trasparenza assoluta, spiega e conteggia il numero di combinazioni necessarie per vincere.

E qui il fatto teorico è questo: Win for Life è un’apparente moralizzazione della faccenda economica. Non più cifre astronomiche, destinate a pochi eletti, eventuali fonte di stress e rovina psicologica.

Cchiù win pe’ tutti.

La vincita massima di Win for Life consiste nell’acquisizione di un tranquillo status borghese, medio, per un medio periodo di vent’anni. Il sogno del piccolo borghese che si fa realtà, l’uomo medio che finalmente si accontenta di quel piccolo surplus che gli permette di arrivare a fine mese e levarsi qualche sfizio, cambiarsi l’auto pagandola a rate e arrivare mezz’ora dopo in ufficio senza pensare che a fine mese la trattenuta di centocinquanta euro sullo stipendio sottrarrà risorse vitali alla famiglia.

E allora diciamolo.

Diciamolo, che non eravamo gente di grandi sogni, di chioschetti lascio tutto e fuggo, di elevate ambizioni imprenditoriali!

Diciamolo, che alla fine eravamo tipi che si accontentano, tipi medi. Tipi che aspiravano al part-time, alla pizza non solo il sabato sera ma anche il martedì. Tipi tranquilli. Che volevano magari completare le rate del mutuo e permettersi pure un figlio. O il secondo.

Medi come quell’uomo di cui scriveva una volta Zaritmac. Una medietà di cui non vogliamo più vergognarci, perché l’assenza di grandi progetti irrealizzabili non è mica peccato.

Va bene, va bene così, lo abbiamo ammesso.

Salvo poi dimostrare che in Win for Life non vince la medietà. Non la totalizzazione del cinque o del sei.

No, occorre situarsi agli estremi, all’eccezionalità della sorte: il massimo o il minimo.

Per essere medi bisogna prima aver toccato una qualche punta – seppur in modo casuale e del tutto involontario – di eccezionalità.

Visto così sembra un poco un gioco zen, per spirito ed equilibrio.

Come il saggio che alla fine del suo lungo percorso di apprendimento torna nella sua baracca a versare l'acqua nel bicchiere, esattamente così come era partito, ma con la consapevolezza che adesso né l'acqua è la stessa, né lo è il bicchiere, né, infine, lui.

Hai totalizzato 0? credi aver toccato l'acme della fortuna?

No, caro mio. Hai raggiunto il satori*. Che vuoi che te ne freghi adesso dei soldi! 

* Obiettivo e contenuto delle dottrine Zen è dunque realizzare il satori il quale non corrisponde al nirvana delle scuole del Buddhismo dei Nikaya: se quest'ultimo si presenta infatti fondamentalmente come rinuncia al mondo e distacco da esso, il satori si propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo anche se percepito nella sua dimensione di vacuità. (fonte: Wikipedia)

postato da: Flounder alle ore 16:24 | link | commenti (8)
categorie: cretinismi, sotto la tenda di concetta mead
venerdì, 02 ottobre 2009

Sento di star divenendo diverso, dunque io ero, dunque sono stato me stesso! (Gilles Deleuze)

Son giorni che continuo a guardarmi l’orario dei corsi che stanno per iniziare all’università e alla voce Storia della ricerca demoantropologica (materia la cui sola designazione già mi produce uno stato di noia intollerabile), io invece - forse freudianamente - leggo: Storia della ricerca dermoantropologica.

Poi rido, provando a immaginarmi cosa potrebbe essere: una ricostruzione tassonomica delle carezze dalla preistoria al postmodernismo?

Una Storia della simbologia e del significato dei nei pelosi?

O forse una Storia degli studi sulla psoriasi e la sacralità del prurito?

O un trattato di darwinismo cosmetico: Storia delle creme idratanti tra evoluzionismo e creazionismo?

La verità è che sono una femmina intellettualmente poco seria, e forse ha ragione la signora HangingRock quando dice che invece di redigere una normale tesi di laurea, come ogni bravo studente, dovrei invece compilare un lavoro fatto di titoli di possibili ricerche e relativi abstract, uno più improbabile dell’altro.

La verità è che quanto più si è ignoranti, tanto più è facile ipotizzare di cercare qualcosa, convinti che la si troverà. Ma mano mano che il campo di osservazione si allarga e si dilata – questo almeno è quanto accade a me – ci si avvede che la conoscenza ha un andamento rizomatico, che forse non esistono gerarchie di significati, punti di partenza e di arrivo, e che tutto quello che si investiga, si scopre e si studia, non sarà un mattoncino che andrà a costruire qualcosa in modo lineare, sedimento su sedimento, ma un ennesimo nodo che collegherà fatti lontanissimi e perciò stesso aprirà nuove possibilità e direzioni, in tutti i sensi possibili, come una ragnatela invischiante.

Pensavo dunque a questo e mi facevo scoraggiare da un certo nichilismo investigativo, chiedendomi se il tassello che ognuno di noi aggiunge alla conoscenza abbia finalità didascalica, interpretativa o pragmatica o tutte e tre insieme o nessuna delle tre, riducendosi solo a mera autoesaltazione intellettuale o delirio di onnipotenza circa il proprio potere di curare/istruire/salvare l’umanità.

(E qui rido, pensando ad HangingRock che smantella le mie possibili tesi di ricerca smascherando la mia crocerossinità velata o al Secretario che dietro il mio violento interesse per la scienza medica non vede crocerossinità alcuna, ma solo autistica ricerca di senso in sé e per sé).

Infine  ho realizzato, riflettendo su questi due opposti punti di vista,  che forse una mente, lasciata a se stessa libera di scegliere, senza alcuna costrizione esterna di tempo e denaro, si muoverebbe investigando o anche trovando lavoro in quei campi in cui non riesce a dominare le proprie ossessioni, con il fine preciso di non farsi sopraffare dalla realtà.

La scienza dunque sarebbe dunque, secondo questa possibilità, solo un ennesimo sistema di controllo e soprattutto di produzione di senso individuale, salvo poi rivelare, a chi cerca, la sua impossibilità reale rispetto a una possibile differenziazione dalla massa dei significati comuni, da cui egli stesso è forgiato e dai quali crede di potersi distanziare.

Non lo so. Sto assai confusa. Si pensa per non impazzire e si finisce per impazzire.

Io a volte penso di non essere troppo adatta alla speculazione, mi perdo sui vari piani dei ragionamenti, come se vedessi delle cornici di riferimento di grandezze diverse, che anziché allargarsi su un’unica superficie, fossero impilate conservando degli spazi di distanza tra loro, sicché il senso delle cose, oltre a dilatarsi e a restringersi, oltre a muoversi in verticale, scappa dai vuoti e si reinfila impertinentemente altrove. Penso cose che mi restano sullo stomaco, come un banchetto di nozze meridionale, e che dopo mi devo prendere non so quanto bicarbonato per contenere il danno.

Penso che forse sarei adatta a cose più facili, terra terra.

Io per esempio se vinco la schedina di Win-for-life mi compro un orticello dove coltivo tutte piante rizomatose, preparo marmellate e non penso più a niente. Al massimo al massimo un poco di dermoantropologia applicata con gli amorucci miei. Ci faccio il grooming, che dicono gli scienziati che serve a mantenere unita la famiglia.

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lunedì, 28 settembre 2009

Lustro: s.m., periodo di cinque anni

Volendo, scriverei anche un post sul tema, ma proprio non ne ho voglia.

Però ci tengo assai, ma proprio assai, a sottolineare che alcune delle persone più importanti della mia vita io le ho incontrate grazie a questo coso.

E che non le ringrazierò mai abbastanza per il modo in cui mi supportano e mi sopportano.

E anche per il modo lieve in cui si assentano quando proprio non è cosa.

E’ questo che dà lustro. Non il tempo, ma la qualità di chi me lo abita.

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giovedì, 17 settembre 2009

La coscienza di Zen. Brevi raccontini di saggezza mascherata da profonda idiozia (o viceversa).

C’era una volta, in una remota provincia di un imprecisato paese probabilmente asiatico, in un tempo molto remoto e su un pizzo di montagna remotissimo, che ci volevano giorni e notti per raggiungerlo, un monaco famoso per i suoi consigli.

In realtà non è nemmeno sicuro se fosse un monaco, ma ci piace pensare così. E forse non dava nemmeno consigli, ma la storia così vuole.

C’era invero una lunghissima lista d’attesa per incontrarlo, nonostante la fatica e le difficoltà scoraggiassero molti. Ma evidentemente i bisognosi erano più dei molti. Erano molti e un tot.

Questo monaco - che per praticità e distinguerlo da altri monaci che in quel tempo spuntavano come funghi chiameremo Satria Bagus Pulosari Pon-go - era specializzato nella risoluzione di casi abbastanza impossibili.

Non totalmente impossibili, ma almeno un bel po’.

Un giorno si presentò a lui una signora molto afflitta e gli si inginocchiò ai piedi.

Venerabile Satria Bagus Pulosari Pon-go, sono qui perché ho perduto la motivazione a vivere.

Il monaco la guardò, osservò i vestiti impolverati, i piedi piagati nelle scarpe consunte, la pelle bruciata dal sole e tutte le tracce del lungo viaggio che la donna aveva affrontato per essere lì,  e le disse: signora mia, parliamoci chiaramente. Come l’ha perduta? E’ stato un atto di imperdonabile distrazione?

La donna strabuzzò gli occhi: come, di distrazione?

Signora cara, sulla motivazione ci sono varie possibilità: o la si perde per distrazione, o viene rubata, o la si lascia andare perché non è la propria o infine perché si è consumata, andava cambiata per tempo,  e per pigrizia o comodità si è lasciato che si sfilacciasse, senza sostituirla con una nuova. A quale dei casi è da ascrivere la sua perdita?

Non saprei, disse la donna. Non ci ho mai pensato. Non saprei proprio.

E si figuri come posso saperlo io, rispose  Satria Bagus Pulosari Pon-go. Torni a casa e quando ha le idee più chiare ci rivediamo. Magari mentre rimette in ordine la casa, la trova nel posto più impensato. Da quanto tempo non mette in ordine la casa?

Da tanto, da quando ho perso la motivazione a vivere, rispose la donna.

Lo vede che tutto quadra?, concluse il monaco. Vada, vada.

Settimane dopo si presentò al suo cospetto un giovane dal fare seccato: non ho più motivazione, disse.

Il monaco lo guardò e chiese circospetto: l’hai perduta?

Il giovane rispose deciso: sì.

Sapresti ricordare dove e quando l’hai vista per l’ultima volta questa benedetta motivazione?

Il giovane aveva le idee chiarissime: sì, rispettabile Satria Bagus Pulosari Pon-go, è stato il 27 giugno del 1985, a seguito di una gara sportiva di mezzo fondo nella quale mi classificai secondo. Dopodiché, nel ritirare il trofeo, mi accorsi che avevo smarrito la motivazione a correre ancora. La cercai dovunque, nei giorni a venire, ma non c’era. Sparita.

Mmmmhhhh, rifletté il monaco…e da allora non hai più corso?

Mai più.

E ti manca?

Per nulla.

Ne sei certo?

Certissimo.

Sei proprio sicuro sicuro sicuro?

E dàlli, rispose il giovane.

E allora cosa cerchi qui da me?

Voglio sapere solo dove vanno le motivazioni perdute, ecco. E’ una questione di principio.

Satria Bagus Pulosari Pon-go osservava nel frattempo i piedi del giovane seduto agitarsi freneticamente, mossi  da un moto insopprimibile, come di chi avesse l’impazienza di muoversi e fosse costretto a non farlo da forze ignote. Allora tirò fuori dalla tasca una mappa consunta sulla quale erano marcati con un cerchietto vari luoghi, enormemente distanti tra loro.

Le motivazioni perdute, spiegò, vengono conservate in questi depositi, distanti tra loro molti e molti chilometri. Prova a farti un giro, fino a che non ritrovi la tua. Se non dovessi ritrovarla, ti aspetto ancora qui. Ma ti aspetto tra non più di cinque giorni, ché poi dovrò partire per un lungo viaggio e starò via molti e molti mesi. Ti metto al primo posto nella lista degli appuntamenti, va’.

Il giovane partì e a gran velocità toccò tutti i punti segnati dalla mappa, ma della sua motivazione non v’era traccia.

Tornò sconsolato dal monaco.

Saggio Satria Bagus Pulosari Pon-go, ho girato il paese a piedi in lungo e in largo, ma della mia motivazione nessuna traccia.

Quanti chilometri hai percorso in questi cinque giorni?, chiese il monaco.

Millesettecentoventisette, rispose il giovane. Tutti correndo per non arrivare secondo all’appuntamento.

Il monaco gli consegnò un sacchetto: tieni, qui dentro c’è la tua motivazione. Conservala in un cassetto del comodino e non aprire mai il sacchetto, mai. Controlla ogni giorno che sia al suo posto e non la perdere mai più.

E se la perdo?

Ti rifai il giro dei depositi e poi torni qua. Però ti metto in lista a fine serata, te lo dico subito.

Un giorno arrivò un uomo di mezza età, con una faccia intelligente e tristissima.

Onorevole Satria Bagus Pulosari Pon-go, so che altri prima di me hanno varcato la soglia di questa dimora e hanno visto risolti i loro problemi, così vengo umilmente a chiederti di aiutarmi.

Cosa ti occorre, brav’uomo?

E’ come se avessi perduto la motivazione rispetto alle cose che amavo.

E cosa amavi?, chiese curioso il monaco.

Amavo lo studio e l’idea di diventare il più grande scienziato del paese.

E poi?

E poi, per quanti sforzi abbia fatto, per quanti riconoscimenti abbia ottenuto, poco a poco la passione è affievolita e oggi non trovo più motivo per essere ancora il grande scienziato che fui.

Uhm, disse il monaco, questo è un caso davvero difficile. Sono stati forse gli sforzi a demotivarti?

No, illustre Satria Bagus Pulosari Pon-go.

E’ stata la penuria di denaro a scoraggiarti?

No, magnanimo Satria Bagus Pulosari Pon-go.

Uhm…e cosa hai fatto in tutto questo tempo in cui svaniva la tua motivazione?

L’uomo iniziò a sciorinare una serie di fatti, eventi, e man mano che raccontava, la fronte gli si spianava: ho avuto tre figli, a due di loro ho insegnato a cavalcare, ho costruito una casa per la mia famiglia, ho assistito i miei anziani, ho toccato le sponde di fiumi e mari,  ho visto il sole tramontare dai monti…e poi diventavo scontento e volevo tornare allo studio, e poi di nuovo ricominciava il tormento. E nuovamente gli si disegnò sul volto l’infelicità.

Il monaco si passò la mano sul capo pelato, non riuscendo a comprendere il problema.

Ricominciamo daccapo, disse all’uomo. Che cosa ti disturba dell’aver perso la tua motivazione?

E’ come se, rispose l’uomo, è come se qualunque cosa io faccia, provi gusto solo a fare altro e per questo mi senta in colpa. E’ come se in qualche modo, qualsiasi cosa faccia, tradisca il vero me stesso, che è sempre quell’altro.

Benissimo, concluse il monaco porgendogli due braccialetti, il caso è risolto: qui ci sono due motivazioni. Il braccialetto rosso è quello della scienza, quello verde è quello degli affetti. Di volta in volta ne indosserai uno e ti comporterai secondo la motivazione prescelta. Quando sarai stanco metterai l’altro, e così di seguito. Dovrai attenerti nelle tue azioni solo al braccialetto che indossi.

E funzionerà?, chiese l’uomo. Funzioneranno sempre entrambi?

Moltissimo, rispose Satria Bagus Pulosari Pon-go, nessuno si è mai lamentato e non sarai certo tu il primo. Se non dovessero proprio funzionare, ti verrà un senso di colpa molto più grande di quello che hai portato qui oggi e dovremo passare dalla gestalt alle maniere forti.

E sarà doloroso?,  chiese lo scienziato.

Meno di quel che credi, concluse il monaco, ma non ci farai di certo una bella figura.

Infine si presentò una giovane donna.

Non dirmi che sei qui per la motivazione!, sbottò il paziente monaco, che ogni tanto avrebbe voluto qualcuno che salisse sulla montagna a raccontargli storie piccanti di tradimenti e dilemmi amorosi, vendette da compiere, maldicenze dei vicini.

Non esattamente, fulgido Satria Bagus Pulosari Pon-go, la motivazione ce l’ho, non so cosa mi manca. Forse solo un poco in più me ne serve, ma pochissima. Quasi niente.

Sono spiacente, rispose il monaco, ma io di motivazioni da dare ad altri non ne ho più, arrangiamoci in qualche altro modo. Potrei darti del denaro, del cibo. Un orologio a cucù. Che ne dici?

Non è ciò di cui ho bisogno, pragmatico Satria Bagus Pulosari Pon-go. Quello che mi serve è cambiare la mia vita, cambiarla completamente.

Cosa c’è che non va nella tua vita?

Sono triste, infelice, sola, mi lamento. Sono troppo remissiva e troppo arrabbiata, ogni giorno mi aspetto che accada qualcosa a scuotermi e non accade, faccio mille propositi e poi non so da dove cominciare per metterli in pratica, io ci metto tutta la buona volontà, ma poi la vita resta sempre la stessa, non è colpa mia se sono sfortunata.

Come ti ho detto, replicò il monaco, non ho motivazioni da offrirti. Arrivano il mese prossimo. Sicché dobbiamo escogitare qualcosa. Entriamo nel dettaglio: ma tu, per cambiare la tua vita, cosa saresti disposta a fare?

Di tutto, spiritualissimo Satria Bagus Pulosari Pon-go.

Di tutto di tutto ma proprio di tutto anche una cosa imprevista e magari non proprio regolare e pure in camera da letto?

Qualsiasi cosa. Non è la volontà che mi manca, penetrantissimo Satria Bagus Pulosari Pon-go, sono disposta a grandissimi sacrifici, è che vorrei solo un aiutino per iniziare, un punto che mi indicasse la via da seguire.

Bene. A che ora sei solita alzarti al mattino?

Alle otto, rispose la donna.

Benissimo. A partire da domani ti sveglierai alle sei e mezza, per almeno un mese consecutivo.

Ma è prestissimo, Satria Bagus Pulosari Pon-go, e con l’inverno che arriva il freddo mi gelerà i piedi e le mani, e sarà ancora buio. E soprattutto: cosa farò una volta alzatami così presto?

Ti osserverai alzarti così presto, rispose il monaco.

Non vorrei insistere, sagace Satria Bagus Pulosari Pon-go, ma mi sembra un fatto totalmente inutile, sussurrò la donna alquanto infastidita.

E come pensi dunque di voler davvero cambiare completamente la tua vita se non riesci nemmeno a svegliarti un’ora e mezza prima?

Poi Satria Bagus Pulosari Pon-go si alzò, con fare ieratico, e scomparve dietro una cortina, richiamato da una profonda motivazione alla minzione.

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Ho ritrovato questa mattina una cartellina di appunti di un corso sulla motivazione lavorativa e indecisa se chiuderla in un pacco bomba da inviare in una serie di sedi istituzionali o eventualmente rileggerla caso mai mi fosse sfuggito qualcosa di fondamentale,  mi sono detta che era meglio se respiravo in profondità e poi mi ci facevo una risata su. Ecco.

lunedì, 14 settembre 2009

Insonnia. Mai più il pollo con le patatine fritte per cena. Mai più.

Di fatto - pensavo stanotte, saranno state le tre – ecco, pensavo a quella storia dei formalisti russi, secondo i quali tutte le fiabe hanno la stessa struttura a far da ossatura e il contenuto diventa fatto accessorio.

Ecco, pensavo a questo fatto qua e contemporaneamente avevo freddo e non riuscivo a riprendere sonno e così invece di contare le pecore pensavo alle fiabe e alle strutture e pensavo anche al perché io abbia con le fiabe un rapporto così controverso e ambivalente.

Così mentre mi alzavo per chiudere la finestra della cucina – che il freddo veniva da lì e si insinuava nelle altre stanze – mi sono detta che le favole suscitano in me quella specie di orrore caratteristico dei traumi e delle coazioni a ripetere successive.

Come i bambini che giocano ossessivamente all’ospedale dopo un’operazione, come le persone che continuano a scegliersi partner violenti che ricordino una figura dell’infanzia per cercare ogni volta di superare il ricordo e la questione tutta.

Quindi, volendo giungere a definizione del mio rapporto difficile con le fiabe – che pure scrivo in abbondanza e anzi credo di non saper fare altro – mi sono detta, avvolgendomi strettamente nel copriletto e ripiegando ancora un poco il cuscino sotto la testa, che l’attrazione/repulsione dello schema è la mia forza motrice e al tempo stesso la mia tomba psichica.

Voglio lo schema perché mi protegge, non lo voglio perché mi limita.

Uno, due. Uno, due. Inspirare, espirare. Tirare, mollare. Trattenere, cedere. Sistole, diastole. Tic, tac.

Pare che il mondo funzioni per coppie di opposti, sicché è probabile che questo tira e molla dello schema io me lo debba tenere per tutta la vita e farmene una ragione. Variare i contenuti, come fanno i formalisti, ma girare sempre intorno al circolo  proibizione à trasgressione à punizione (colpa) à trasgressione à punizione e andare avanti fino a esaurimento, estenuando me medesima e chi mi capita accanto.

Mentre pensavo alle fiabe ovviamente mi è venuta in mente la mia preferita, che è la Bella e la Bestia, intorno alla quale si è costruito il mito più devastante della storia: ossia che le persone cambino per far piacere a noi. E non dite che non è vero, perché lo pensiamo tutti. Pure quelli che dicono: ma quando mai. Lo pensiamo anche nostro malgrado, come si evince da certi lapsus o da certe fantasie fugaci.

Invece la storia della Bella e della Bestia si basa su tutto un altro postulato, e fin qui, il fatto dell’accettazione, del potere taumaturgico dell’amore incondizionato e blabla, ci arriviamo tutti.

Quello che invece non tutti sappiamo è che la prima formulazione della favola – non la versione edulcorata arrivata fino a noi, ma quella di Madame de Villeneuve in prima scrittura – era una vicenda esplicitamente erotica, il che sposta un poco la riflessione in un modo che è un poco lungo da spiegare e infatti lo spieghiamo un’altra volta ma al momento ci serve solo per capire la dinamica.

Nella prima versione c’è la Bestia che tutti i giorni chiede alla Bella: ma tu ci vuoi venire a letto con me, sì o no?

E la Bella risponde sempre di no.  La Bestia si prende il rifiuto e non insiste. La Bella si stupisce del fatto che la Bestia non si arrabbi e si sente tutta combattuta tra il terrore che prima o poi – il giorno dopo, la settimana seguente, dopo tre mesi – la Bestia perda le staffe e la violenti o la schiatti di mazzate e il sentimento di riconoscenza per il comportamento – che in qualche luogo sente essere profondamente sincero – che riceve quotidianamente, fatto di rispetto e affetto delicato.

Tuttavia non si fida. No, che non si fida. Del resto di questi tempi – che sono sempre gli stessi dal Trecento ad oggi e continueranno ad esserlo per i prossimi cinquecento anni – come ci si fa a fidare?

Poi però la sera si mette a letto e se lo sogna. Non se lo sogna Bestia, no.

Ma non se lo sogna neanche propriamente Bello. Nemmeno Principe. Niente affatto.

Se lo sogna in un modo curioso, che potremmo definire bellamente bestiale (o bestialmente bello), è lui e non è lui, a tratti le sembra un'anima sconosciuta in un corpo non minaccioso (e sente di desiderare il quid noto della psiche della Bestia), a tratti sembra proprio la Bestia privata del suo corpo (e nemmeno questo le piace tanto, 'sta cosa eterea senza sostanza): insomma sembrerebbe che a questa Bella - tra un parolina, un sogno, un allusione velata e la tensione erotica che giorno per giorno si produce - la Bestia piaccia assai, anche e soprattutto perché questa Bestia – a conti fatti - non ha niente di bestiale, o sì, magari un poco, però in realtà non è che un gran parlarne intorno, che amplifica e complica tutto. Una leggenda metropolitana. Uno di quei soprannomi che si affibbiano in terza elementare e poi ti restano appiccicati per sempre. Tipo er Patata o 'a'ngriccata.

Una serie di congetture e di sentito dire. E poi, madre mia, sta sempre tutto spettinato, tutto disordinato. Quello pure fa gioco, nel quadro complessivo.

A dire il vero nemmeno Barbablù  era cattivo, nella sua formulazione originaria. Secondo me è il destino degli introversi quello di passare un poco per orsi, selvatici e minacciosi. O pure per stupidi, dipende dalle modalità dell’introversione.

Pigliate per esempio King Kong. Era cattivo? No, che non lo era, tutto un equivoco.

E Shrek? E jà, Shrek è troppo bellino.

Insomma –  si erano fatte quasi le quattro e cominciavo a sudare, tutta avvolta nel copriletto a mo’ di mummia egiziana – alla fin fine mi sono detta che questo topos dell’Altro-che-spaventa non era un fatto solo mio, ma attraversava tutto un arco temporale narrativo (e direi pure psicologico) che non finiva più, e che non mi dovevo sentire troppo in colpa.

Certo, a volere essere onesti, le Belle che si sono succedute nella letteratura tenevano assai più pazienza di me, almeno così dicono Propp, Bachtin e compari: al comma tre la Bella di turno accetta un destino - scelto in modo più o meno controverso e consapevole - e poi se lo sorbisce. Si adegua, si adatta, si plasma, si rilassa. E soprattutto non scassa il cazzo.

Arrivata a questo punto di riflessione ho iniziato tutto un miserere e un esame di coscienza che non finiva più e ho concluso che lungi dall’essere marcata dai tratti della Bella, avevo piuttosto lo stigma della sorellastra di Cenerentola.

Come è tipico di tutti gli esami di coscienza, dopo un poco ci si addormenta. Non si è mai capito se è la Buona Coscienza, che si addormenta perché non ce la fa a sentire tante inutili  idiozie, o se è la Cattiva Coscienza che simula un malore pur di non confessare e gettare la spugna. Fatto sta che mi sono addormentata e per qualche tempo mi sono fatta un sogno tipico della CCV (Cattiva Coscienza Vendicativa), sparpagliando tutta la mia cattiveria sugli altri attori del sogno (sempre per quel fatto di Trasgressione, Punizione, Colpa, Punizione e Trasgressione ad libitum).

Quando mi sono svegliata alle sei ho avuto l’illuminazione.

Nei trecento anni di favola della Bella e della Bestia e in tutte le sue ventisette variazioni a partire da quella più nota, il Bestia-pensiero è spesso sottaciuto. L’unico caso che mi venga in mente in cui alla Bestia è data facoltà di parola - penso all’Epiphane Otos della Nothomb - gli esiti sono assolutamente diversi e il suo punto di vista sulla bellezza interiore niente affatto rassicurante.

Nella maggior parte dei casi tutta la fine indagine psicologica è focalizzata sulla Bella, sui suoi turbamenti, sui suoi stati d’animo. Fondamentalmente – come già la moglie di Barbablù – la Bella è un poco dissociata e tutta la favola  è la costruzione di un’unità emotiva, intellettuale, affettiva. Una riconciliazione con il lato oscuro. Una presa di responsabilità.

Ma la Bestia, invece, la Bestia di cui poco o nulla sappiamo, come si sente?

La signora De Villeneuve, che è una narratrice onesta, ce lo racconta un poco, pur fermandosi solo alla soglia e descrivendo invece meglio i suoi comportamenti: la Bestia, nel cercare di persuadere la Bella, la invita a basare il giudizio sui comportamenti che lui le usa, sul sentire più che sul vedere, sul valutare in prima persona invece di usare filtri inadeguati. Come già in Barbablù, viene richiesto alla donna di rinunciare ai sensi espliciti e attivare facoltà percettive più sottili, di fondare la fiducia oltre le apparenze, non in nome di un’arroganza tutta maschilista, ma proprio in virtù di quanto viene praticamente dimostrato. E soprattutto le viene ricordato che nessuno l’ha obbligata a stare lì, nella casa della Bestia, ma che ci è andata di sua iniziativa (certo, non completamente libera, c’è la crisi, due stipendi sono meglio di uno, meglio questo che la solitudine, lo faccio per la mia famiglia, a tutti e due piace giocare a tennis e non avevamo con chi dividere il campo il giovedì sera, passata una certa età non ti prende più nessuno, non mi importa se è una Bestia basta che tiene lo yacht e la casa a Portofino, e chiùppete chiàppete, ma tutto sommato alla fine è lei che ci è andata nella tana della Bestia. Poteva anda’ pure in convento o fidanzarsi con un ragioniere stempiato, ve’).

Insomma, la Bestia si fa valere con pacatezza. Adotta il metodo scientifico, l’unico confutabile solo praticamente, e perciò stesso attendibile.

Il salvo prova contraria.

Nel corso della mattinata ho continuato a rifletterci. In fondo è vero: la Bestia ha stile e determinazione. Carisma e piacioneria. Una cosa di mezzo tra Jean Reno e Gerard Depardieu.

Amo’ – volevo dire a un certo punto alzando il telefono – e però secondo me il vero problema delle coppie, anche quelle che vanno proprio d'accordo, è che gli uomini parlano troppo poco. Siamo sempre noi a far da protagoniste, a criticare, a spiegare, a discutere, a vivisezionare il rapporto, a cercare di migliorarlo, a sintetizzare, a esprimere. Voi invece non dite mai niente, non si riesce mai a capire quello che pensate, come state, siamo sempre noi che dobbiamo dire come ci sentiamo, cosa vogliamo, cosa non vogliamo. Lo dobbiamo dire per noi e per voi, interpretare, tradurre. Io per esempio vorrei sapere tu come la pensi, come stai, cosa ti provocano queste mie riflessioni. Sei d'accordo con me, vero? Condividi, eh? Del resto tutto dimostra che è cosi, ti trovi? Amo’, secondo me io e te dobbiamo parlare un po’ di più.

Poi però non ho detto niente e ho lasciato il telefono in borsetta. La Coscienza mi ha dato un calcio negli stinchi e ho capito che era meglio se mi stavo zitta. Almeno questa volta. Almeno una.

Secondo me almeno una ce la posso fare.

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