Certe piccole manie

Chi sono

Blogger: Flounder
sono io, sì, ci sarò.
come quei piccoli dolori che non danno mai tregua.

ho quarant'anni bis. trattabili.
eventualmente rateizzabili.

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ascoltami
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venerdì, 16 maggio 2008

Meu coração não se cansa etc etc.

Così ‘sta settimana mi è presa una specie di botta nostalgica per quando ero una giovane d’oggi.

O di ieri. Ma insomma, non importa, ci siamo capiti. Per quando avevo intorno ai venticinque anni.

Ma non una botta nostalgica sul tempo che passa, le rughe che vengono, le opportunità perdute e la falsa consolazione della saggezza acquisita.

No, no, proprio fatti pratici.

Tipo che volevo ritrovare la cassetta di Elizeth Cardoso – data per dispersa da oltre dieci anni -  per ascoltare Naquela mesa e Barracão e sono andata a casa di mia mamma a mettere sottosopra cassetti, scaffali e ante per cercarla, peraltro inutilmente. E mentre la cercavo mi sono chiesta: ma una volta che la trovo, dove diamine la ascolto? Dove esistono più i mangiacassette?

E già qui la nostalgia è dovuta scendere a patti con la realtà e farsi piccola piccola.

Poi ho capito che forse non la volevo ascoltare veramente, è solo che volevo ritrovare tutto un pezzo di storia personale e che questa frenesia nostalgica è iniziata l’altro giorno su quel benedetto pontile di Bagnoli, sotto quel cielo plumbeo e la pioggia e il ricordo dei Mondiali del ’90 e Lisandro e quell’altro là di cui non mi ricordo il nome che mi aveva regalato una cassetta di tango che pure vorrei ritrovare assai e che era nipote di un nazista fuggito a Buenos Aires e si vergognava moltissimo per via di questo fatto e soprattutto poi, pensando a quegli anni e alla musica, mi è venuto in mente Mario.

E insomma mi è preso l’attacco di nostalgia e non mi ha mollato più.

Dentro questa cassetta della Cardoso – e poi in terza battuta cercavo anche quella di Mysterious Barricades di  Andy Summer, che pure conteneva un abbondante pezzo di vita vissuta andata spersa in chissà quale altrove – c’era tutto il fatto di Mario Lima Brasil. E poi me l’aveva regalata lui al mio compleanno.

Questo tizio era un mio compagnello di studi e di casa, che all’epoca dei fatti io avrò avuto ventidue anni e lui una trentina ed era un musicista e pure un musicologo. Piccolo piccolo, col faccino da indio, magrissimo e barbuto. Credo che mi abbia insegnato a ballare la lambada, erano gli anni in cui si ballava la lambada, era difficile sottrarsi a quest’incombenza.

Insomma questo Mario Lima Brasil, che il padreterno o chi per esso lo benedica mo’ mo’,  dovunque egli sia, faceva degli studi complicatissimi, con tutta un’attrezzatura che non finiva mai, per creare musiche sintetizzandole a partire dai battiti cardiaci, dai respiri, dai rumori della natura.

Così ogni tanto noi dovevamo fare delle cose per lui, tipo una corsa fin quasi a morirne e poi affannarci al microfono, o passare un guaio e piangere in diretta per campionare il suono. Sull’ultimo punto ci accordammo per affittare dei film lacrimevoli e sul più bello lui fermava la riproduzione per acchiappare i pianti e i sospiri e qualche volta le risate. Mi ricordo benissimo di una sera che ci siamo visti Il Laureato in lingua originale coi sottotitoli in portoghese e forse quella sera abbiamo sintetizzato musicalmente il russare.

In cambio di tutti gli algoritmi che inducevamo, lui ci preparava certe colazioni brasiliane, la domenica mattina, che bastavano al fabbisogno calorico di tutta la giornata. Poi lavava pure i piatti.

E insomma un poco alla volta Mario ci disse tutto il fatto: lui era nato e cresciuto nella foresta amazzonica e ne era uscito solo a diciotto anni. Non sapeva cosa fossero un televisore, un semaforo, un telefono. Non sapeva niente. Uscì dalla giungla e stava morendo investito sotto una macchina perché non sapeva che si doveva guardare a destra e a sinistra.

E tutto questo perché i suoi genitori – una scrittrice e un sociologo, o uno scrittore e una sociologa, chi si ricorda più – si erano sottoposti volontariamente a un esperimento di isolamento per fare non so che ricerca e scrivere un libro sulla storia di famiglia. Una specie del bel film di Shyamalan, The Village.

Poi lui era uscito ed era diventato antropologo musicale e nel frattempo faceva pure non so che arti marziali. Un indio civilizzato.

Insomma, un personaggio unico.

Che io lo so che a voi stimati lettori di questo blog non ve ne può fregare di meno di Mario Lima Brasil, ma io in questo blog ci dovrò pur scrivere qualcosa, e soprattutto quando tengo il flusso di coscienza e nostalgia è meglio che lo scrivo, piuttosto che alzare il telefono e raccontarlo a qualcuno per condividerlo, che poi di là non so mai se faccia piacere o meno, nemmeno di qua, ma tanto di qua nessuno vi obbliga a leggerlo, però almeno io mi sfogo, mi passa la crisi di rimembranza acuta e prontamente rientro nel presente con prospettive di breve termine sul futuro.

Mi è preso un tale attacco di nostalgia che ho passato la serata di ieri a cercarlo nel web, ‘sto tipo,  e l’unica cosa che ho saputo è che ha diretto un’opera sinfonica di straordinaria grandezza, sulla lotta del popolo dello stato di Acre: Aquiry, a luta de um povo. E mi piacerebbe tanto ritrovarlo, sapere che ne è stato di lui, quanti figli ha, se ha messo qualche chilo, se si ricorda di quella volta o di quell’altra.

E soprattutto dirgli che la lambada mi ha sempre fatto schifo.

E anche che poiché nulla si crea, nulla si distrugge e mai, mai niente si perde veramente, io sono fiera di aver dato un mio battito, un mio sospiro, una mia lacrima e una risata per la costruzione di tutto quello che è venuto dopo.

Che io in realtà volevo scrivere tutto un altro post, ma la nostalgia non mi ha dato tregua. Ho tirato fuori tutte le foto, quelle di Mario al toga party, e poi è uscita fuori Catherine e poi un altro argentino che faceva il veterinario e mammamia come mi piaceva. E poi sono andata avanti così tutta la settimana. Abbiate pazienza.


[Meu coração não se cansa etc etc.]

postato da: Flounder alle ore 13:41 | link | commenti (11)
categorie: juke box, madeleines
lunedì, 12 maggio 2008

“Seduci Divertendotiâ€â„¢ - Questionario

Caro blogghèr, ti avevamo lasciato alle tue pene amorose. Ma non ti abbiamo dimenticato, no. Siamo qui per sostenerti e aiutarti. Ricordi la nostra presentazione?

Adesso siamo nuovamente con te per invitarti a compilare questo piccolo questionario.

Si tratta dell’innovativo sistema di autovalutazione previsto dal metodo “Seduci Divertendoti”™: grazie ad esso ogni giorno potrai controllare da solo gli incredibili progressi effettuati e valutare le tue prestazioni.

Non ringraziarci.

Ringrazia te stesso.

Tu, vali.

Non sappiamo quanto, ma sappiamo che vali.

Almeno un poco.

Forse.

 

QUESTIONARIO

(cerchiare una sola risposta)

(data _______________ora________________)

 

1) Mi sento solo?      Sì -  No - Non lo so – Chi ha parlato?

2) Da quanto tempo non riesco a divertirmi come vorrei?   1 settimana - 2 mesi - 6 anni – Come vorrei?

3) Quand’è l’ultima volta che ho corteggiato una donna?  Oggi - 3 mesi fa - Al secondo anno di scuola materna – Toccare il sedere in metro vale?

4) Da quanto tempo non faccio l’amore?   2 settimane - 3 anni - Non mi ricordo - Sono illibato

5) Perché?  Non ho tempo - Mi respingono - Voglio la mamma – Complotti internazionali, shhh, non mi fate parlare

6) Cos’è che mi impedisce una sana vita sentimentale e sessuale?  La timidezza - La paura delle malattie - Il cilicio – Il mio psicologo

7) Provo imbarazzo riferendomi a qualche parte del mio corpo?  No, mai - Sì, qualche volta – Non ho parti, sono tutto intero - Chi parte?

8) Cosa voglio ottenere davvero da questo corso? Una compagna per la vita - Due compagne per i fianchi - Un harem rinnovabile – Una promozione sul lavoro

9) Quanto sono disposto a investire in quest’impresa? Da 15 a 30 minuti al giorno -Da tre a cinque giorni la settimana - Non più di 100 euro a botta – Non guido

10) Come immagino che migliorerà la mia vita dopo questo corso? Non cenerò più da solo - I miei amici mi guarderanno ammirati e invidiosi - Il mio capufficio smetterà di seguirmi al bagno – Mia moglie chiederà il divorzio

 

Hai risposto a tutte le domande?

Sei pronto?

Bene, stai per entrare in questa grande avventura che cambierà radicalmente la tua vita.

E’ tutto nelle tue mani.

Solo nelle tue.

(sì, però adesso lascia e smettila di toccarti)

Nel caso in cui le risposte fossero inadatte al tuo caso, ti preghiamo di segnalarci la tua posizione precisa.

Cosa? La Fenice che gioca in una grotta rossa?

Vabbè, va. Va' a gioca’ a sceriffi, va'.

Vai, vai. Vai. Cammina, vai.

postato da: Flounder alle ore 12:16 | link | commenti (55)
categorie: il grande seduttore
giovedì, 08 maggio 2008

Bullshit Marketing

Questa cosa me l’aveva detta mia figlia, dopo che per mesi aveva pensato che essere "regolare" volesse dire avere le tettone e il vitino di vespa, come quella là che fa la pubblicità di quello yogurt e spingendomi dunque all’acquisto per migliorare la nostra situazione.

Invece il fatto è questo: tu te lo compri e se dopo due settimane non fai la cacca, loro ti rimborsano.

Con regolare regolamento pubblico.

Cose serie, insomma.

Ma come faranno a sapere che non fai la cacca?, chiedeva giustamente la creatura.

E che ne so, ti mandano un controllore a casa, forse. Un custode delle toilettes, che ti segue tutto il giorno, come il cobrador cortese.

Il cobrador cortese è una cosa carinissima che si è inventata un signore spagnolo per il recupero dei crediti: tu devi avere dei soldi da uno e ti rivolgi a quest’agenzia che gli mette alle calcagna un tizio travestito da pinguino, da vampiro, da antico romano, da mago Gandalf. Lo segue passo passo e lo tozzoléa sulla spalla ogni tanto per ricordargli che deve saldare un debito. Lavora per scuorno e sfinimento.

Soddisfatti o rimborsati, come il fatto dello yogurt.

Insomma, dopo un corpo a corpo al supermercato - sì, no, sì, no - alla fine lo compriamo  e ci leggiamo il regolamento: in pratica di tratta di collezionare 16 punti, uno per ciascuna confezione di prodotto, per un totale di sessantaquattro vasetti da ingollare in un determinato periodo di tempo, ovviamente limitato.

Una volta fatto ciò, i talloncini si attaccano su una scheda, si correda la stessa dei relativi scontrini – che non vale mica se te lo regalano, te lo devi proprio comprare – e si inviano con almeno cinque parole che spiegano il perché della tua insoddisfazione.

Le cinque parole potrebbero essere: non faccio ancora la cacca, oppure la mia stipsi è incurabile, se si è un po’ più beneducati.

Io non ci casco conta solo quattro parole e non vale.

A me non mi riuscite a fare fesso è troppo lungo e in ogni caso vi hanno già fatti fessi.

Vabbè.

Fatta questa cosa, loro ti mandano un assegno del valore di 14,50 euri, entro sessanta giorni dal ricevimento.

Considerando l’investimento inziale, il rimborso massimo ottenibile e i tempi, secondo me con un clistere si faceva prima. Tanto le tette comunque non crescono!

postato da: Flounder alle ore 13:25 | link | commenti (39)
categorie: cretinismi
martedì, 06 maggio 2008

Agritango, o della selezione naturale della specie

Quel giorno di fine inverno in cui per la prima volta sentii nominare quella cosa chiamata Agritango,  seppi all’istante che vi avrei partecipato.

Quello che all’epoca non sapevo, e che ho continuato ad ignorare fino al primo maggio, è che non si trattava di una vacanza, ma di un progetto di eugenetica per il controllo e la selezione della specie tanghèra, con un durissimo percorso di prove fisiche e psicologiche alla fine delle quali solo i migliori sarebbero sopravvissuti, anche se non del tutto indenni.

Agritango non è un progetto casuale: alle sue spalle un protocollo di indagine serissimo, la cui finalità è quella di creare il tanghèro perfetto. Non alto, non bello, non biondocchiazzuri, ma bionico, al di là di ogni sensibile apparenza.

Ma andiamo per ordine.

Le cavie…oopps…i partecipanti: in numero di 120, di età compresa tra i cinque e i settantadue più due canilli, di provenienza geografica varia e diversificata, venivano fatti salire su convogli con la promessa di un futuro radioso e intere tande di Fresedo e Pugliese. Venivano accolti amorevolmente al loro arrivo e successivamente indirizzati sulla prima escursione, che, come da programma, offriva due opzioni: a cavallo e in carrozza.

E qui il programma subiva la sua prima variazione.

Causa problemi di viabilità il gruppo veniva  dirottato su un facilissimo sentiero di montagna, a piedi. E che sarà mai il monte Bulgheria con i suoi milleduecento metri? Che sarà mai un dislivello di 900 metri sotto il sole dell’ora di pranzo e senza avere le scarpette adeguate o una sufficiente scorta d’acqua? Che sarà mai?

A metà percorso la sottoscritta cadeva e ancora reca un ginocchio distrutto e gonfio. Per timore dell’eliminazione fisica a vantaggio di altri concorrenti fingeva che nulla fosse accaduto, proseguendo impeccabilmente e con stoicismo, senza una goccia di sudore  e con tanghèra eleganza fino alla cima.

Da lì il gruppo, ad eccezione di un infortunato che rientrava sconfitto a casa sua e un paio di svenimenti poco gravi, proseguiva per il pranzo, consumato ad ora convenzionale di merenda e successivamente per un Piazzettango con elementi di Tammurriango.

Non paghe dello sforzo, le cavie continuavano fino a notte inoltrata con il favore delle popolazioni locali e di sindaci compiacenti che offrivano spazi e luoghi. In piena notte raggiungevano infine i luoghi adibiti al riposo, scoprendo con raccapriccio che non esisteva acqua calda.

Si concludevano così le prove attitudinali del primo giorno.

Il secondo giorno vedeva la defezione di un cospicuo gruppo di partecipanti, che molto mollacciosamente si schiantavano sulla spiaggia di Camerota senza guardare in faccia a niente e nessuno.

Il protocollo di studio di Agritango ha dunque previsto di analizzare separatamente i due gruppi, per valutarne, in serata, similitudini e differenze secondo i principi del darwinismo sociale.

Mentre i tanghèri stanziali si abbrustolivano, quelli nomadi venivano condotti sul pianoro di Pruno e portati a pascolare. I più ardimentosi si introducevano in una dolina, scortati dalle guide montane, trovando resti e fossili di tanghèri primitivi. Talaltri  si calavano nelle sabbie mobili a colpi di ocho o penetravano rocce pivoteando a mo' di trivella. Alcuni sfortunati finivano nelle copiose cacche di vacca, in un tentativo di Escrementango, nuova frontiera del tango rurale.

Si informa inoltre il lettore che nell’area di Pruno risiede una comunità di pastori, stile Amish, che vive in stato di totale autosufficienza e isolamento e che solo nel ’92 è stata raggiunta dall’energia elettrica. Si ipotizza una loro specializzazione in Ricottango.

Dopo il secondo pranzo iniziato alle quattro del pomeriggio si è compreso che in realtà non si era affatto in ritardo sulla tabella di marcia come i più ipotizzavano, ma che l’intero programma era stato modulato sul fuso orario di Buenos Aires, per essere più vicini ai nostri fratelli porteñi.

Una breve parentesi di Digestango e poi si proseguiva fino a notte inoltrata in quel di Camerota, sottoposti all’umido di un teatro all’aperto di montagna per la prova di artrosi cervicale e reumatismo, brillantemente superata dalla maggioranza dei partecipanti.

Il terzo giorno i tanghèri si autoselezionavano spontaneamente per sottoporsi a differenti prove di laboratorio.

Un primo gruppo percorreva un sentiero di montagna di circa otto chilometri, destinazione spiaggia.

Un secondo gruppo raggiungeva la stessa spiaggia a mezzo barca, per poi sottoporsi alla prova di Swimtango.

Un terzo gruppo, infine, si sottoponeva alla prova costume.

E qui bisogna aprire una parentesi sul tanghèro nudo o seminudo. Tipo che io mi aspettavo di vedere mutande a rete, slippini con cravatta, infradito a tacco dodici e scarpette da scoglio di vernice. E invece no. La spiaggia è il momento di desacralizzazione del tanghèro. E’ il momento in cui, lontano dall’orpello, esso si esibisce con tutta la sua panza, essa con le sue morbidezze.

Ebbene, signori, il tanghèro e la tanghèra nudi non sono sexy, no.

Essi sono come voi: umani, bianchicci, col piede raso terra, qualche alluce valgo, peli superflui. E siccome a mio avviso i tanghèri migliori in assoluto sono quelli un po’ sovrappeso, dotati di panza portante e seducente a un tempo, è evidente che ciò rende esteticamente incompatibili il tanghèro da spiaggia e quello da milonga. Ulteriori approfondimenti saranno oggetto di apposito seminario.

Ma torniamo a noi, pazienti e pacifici lettori.

Dopo aver affrontato il maestrale e il mare urlante e biancheggiante, una nuova prova gastronomica attendeva i nostri eroi. Ancora una volta veniva splendidamente superata senza difficoltà alcuna.

E per la prima volta veniva concessa una mezz’oretta di fatequellochevolete. Noi per esempio, io e la mi’ figliola,  ci siamo fatte la doccia.

Perché la giornata non era finita, no.

Ci aspettava una salita ripida fino al borgo abbandonato di San Severino, sulla valle del Diavolo, con un percorso tolkeniano da Terra di Mezzo, dove i nostri si sottoponevano alla prova di Spiritango, con mia grande delusione nello scoprire che lo spirit era riferito agli ectoplasmi e non ai gin tonic.

E ci aspettava ancora la milonga, sotto le stelle di Palinuro, dove il sindaco mica aveva capito che noi volevamo solo ballare, no. Aveva fatto montare un palco, lui.

Aveva chiamato a raccolta la popolazione, lui. Aveva fatto portare decine e decine di sedie, lui.

Siamo rimasti di sasso, noi.

Ovviamente era solo un’ennesima prova da superare. Il signore seduto dietro di me era curiosissimo: ma questo corpo di ballo è internazionale?

Mmm…diciamo di sì, va’.

E siete in tournée?

Eh, più o meno.

E poi dove andrete?

Non sappiamo, non sappiamo ancora, deciderà il nostro impresario. Sa com’è, noi gente di spettacolo, oggi qui, domani lì.

Vabbè.

Il quarto giorno comprendeva invece le prove di cultura.

I tanghèri superstiti venivano condotti alla casa del pittore Josè Ortega, allievo di Picasso. Io questo pittore un poco lo conoscevo, perché me ne aveva parlato il Provezzore ed è un personaggio assai assai interessante, uno che è stato in carcere per la ferma posizione antifranchista, ignorato dai suoi connazionali e tante altre cose che ora non vi riferisco per non tediarvi. Con una casa che io ne avevo tanti anni fa una molto simile e mi sono emozionata troppo a entrarci, soprattutto a vedere il letto in muratura che era uguale al mio e qua chiudiamo l’argomento sennò poi mi metto a raccontare tutt’il fatto della colla nelle serrature della macchina e non ne usciamo più.

E ‘nzomma. Adesso mi fermerei. Vi ho dato tanti di quei link che state a posto per un mese. Vi faccio vedere solo dove abbiamo terminato. In questo Pratango vista mare, scalzi e assolati. Felici e contenti. Baci e abbracci. E poi ci vediamo, ci scriviamo, ci sentiamo. Sì, sì, Smack, smack. All’anno prossimo. Sì. E’ stato un piacere. No, il piacere è tutto mio. E chiùppete, e chiàppete.

Facciamoci l’ultimo Salutango e ce ne andiamo, jà.

Io mi sono divertita assai. Ho scoperto che ho una figlia più bionica di me. Siamo sopravvissute entrambe.

E ho scoperto che il tango viene anche da qui, dal Cilento. Lo si sente nei cognomi del luogo, simili a quelli dei grandi musicisti, lo si vede in piccole cose che ho appreso per strada o da chi vive lì. Da un cinema che si chiama Bolivar, da un chioschetto che vende Perros calientes e hamburguesas.

Ne avevo parlato tempo fa con Giuliana, a proposito dell'arpa viggianese e della sua diffusione in America Latina. Di tanghi e milonghe inventati dagli emigrati lucani per sopravvivere.

Dal 1871 al 1881 la popolazione dell’area cilentana subì un decremento di circa il 21%. Una vera tragedia per l’economia locale. Partirono tutti alla volta della Mèrica, in particolar modo Venezuela e Argentina. Per oltre dieci anni ho avuto una capufficio che faceva parte di quelli che erano tornati, e si muoveva costantemente lungo percorsi di nostalgia e lingua mista.

Don Antonio Daconte, originario di Scalea, era amico del papà di Marquez e i suoi racconti hanno riempito le pagine di Cento anni di solitudine.

Don Cristoforo Pepe, un sacerdote tra Basilicata e alta Calabria, scrisse La moglie dell’americano nel 1885, per raccontare del dolore delle donne lasciate qui da uomini partiti a far fortuna e che da lontano, dalla Mèrica al Pollino, cantavano la loro solitudine, la dispedida, l'amor.

Io, senza andare alla Mèrica, vi ho raccontato un sacco di cose. Siete contenti?

postato da: Flounder alle ore 22:40 | link | commenti (21)
categorie: tango a scapece
martedì, 29 aprile 2008

Gennaro Piccolo, classe 1930. Professione: miracolato.

[On]

Scusate, scusate caposa’, avite visto a Gennaro?

Chi Gennaro?

‘O miracolato. Si ‘o vedite, dicitele che mi serve alla stanza 24, tengo ‘nu paziente grave.

Oggi no, nun l’aggio visto. Ma si ‘o veco, v’o manno.

Ogni mattina, puntualmente alle sei, Gennaro Piccolo, detto ‘o Miracolato, si alza, con calma fa colazione, si rade. Si veste, con un abito classico alquanto malandato, si annoda i lacci delle scarpe e prende con sé una serie di lastre e di referti.

Poi guarda il cielo.

Se il tempo è buono si avvia verso la zona dei grandi ospedali, se è cattivo resta in zona, tra il primo Policlinico e i nosocomi del centro.

Poi ci sono dei periodi in cui anche se fa freddo e piove incessantemente, va lo stesso su in collina. A volte è necessario, come fossero straordinari obbligatori. Missioni speciali.

Qualche volta lo muove un sesto senso. Altre, la maggioranza, una soffiata degli infermieri che conosce da anni.

Genna’, dimane tenimmo un intervento impossibile, vedite ‘e sta’ cca’ massimo alle otto.

Genna’, venerdì mattina. Una sclerosi avanzata e un disordine neurologico grave.

Genna’, domani mattina al Santobono. Purtate ‘a creatura vostra. Una vasculite severa.

E Gennaro si porta la nipotina, la sveglia di buon ora con la promessa di un giorno di festa a scuola ed un gelato. Il copione è sempre lo stesso.

Il prologo vede l’apertura del sipario nella sala d’attesa. Gennaro entra e si siede, come aspettando il turno suo. Intanto osserva, scruta. Intanto ascolta lamenti, parole di conforto, ansie, attese.

Poi un infermiere lo chiama per la visita: Piccolooooo, signor Piccolooooo.

Sto qua, sto qua.

Venite a farvi visitare.

Il prologo è brevissimo, e dura al massimo una decina di minuti.

Poi attacca subito il primo atto, col rientro in sala d’attesa, tra gli altri pazienti che non gli staccano lo sguardo di dosso.

E che vi hanno detto?

Bene, tutto bene, a me è solo un controllo, giusto per scrupolo.

Ma si vede, tenete una bella faccia…mio marito, invece…shhh…guardate ma non vi fate vedere. Sta là. L’avete visto come sta sciupato?

Signo’, e se mi vedevate a me, allora? Morto, ero morto. Mi davano per spacciato, sei, massimo sette mesi di vita.

E poi?

E poi sono venuto qua e che vi devo dire, m’hanno fatto ‘nu miracolo. Signo’, tempo quattro mesi di cura e non tenevo niente più. Adesso nientemeno mi chiamano per andare ai congressi, pe’ ffa’ vede’ questa cura come riesce, insomma, per dimostrare come si sopravvive bene.

Ma voi che dite? Voi state fresco e tosto…Mari’, Mari’…haje sentito ‘o signore? Ma pure voi il pancreas?

Il pancreas? Signo’,  signo’…e che ne sapite? Pancreas e fegato.

Uh, proprio comm’ a mio marito. E siete guarito?

Perfettamente. E vedrete, vedrete, anche vostro marito guarirà. Voi non vi dovete scoraggiare mai: state di buon umore, sorridete, cucinategli cosarelle saporite. E po’…

E po’?

E poi fatelo stare quieto. Signo’, fatelo scherzare, divertitelo. Pazziàte.

Gli si accrocchia intorno, la gente. Chiede, vuole un racconto. E lui racconta, dettaglia. Guarito. Gua-ri-to.

Completamente.

Un miracolo.

Dal lunedì al venerdì Gennaro Piccolo lavora dalle sei alle otto ore al giorno, col consenso e la collaborazione di medici, infermieri e personale addetto alle pulizie. Per non perdere in credibilità va a rotazione in tutte le case di cura, per ogni reparto ha il referto giusto da esibire all’interlocutore incredulo, la lastra del prima e del dopo. E la creatura, la creatura recita la sua parte nei reparti pediatrici più difficili.

La vedete a questa qua? E’ nata che nun se puteva manco mòvere. E guardatela adesso, guardatela,‘sta palummella.

Va avanti così da nove anni, per una promessa fatta sul letto di morte a sua moglie, che si spense in pochi mesi e non volle vedere lacrime intorno.

Genna’, tu mi devi fare una promessa.

E dimmi.

Tu mi devi promettere che non piangi.

E nun ‘o ssaccio si so’ capace.

Invece tu me lo prometti. E ti chiedo pure di più.

Parlottarono per una mezz’oretta, fitto fitto. Poi lei gli dette la buonanotte e si addormentò per sempre.

Piccoloooooo, Piccoloooo, tocca a voi. Vi dovete fare il controllo.

Piccolo, ma comme facite a sta’ sempre così di buon umore? Ma non vi scocciate mai di fare questa commedia?

Quale commedia, infermie’. Io so’ miracolato.

Vabbuò, ja. Miracolato.

Infermie’, io so’ morto nove anni fa e ancora me ne vado in giro camminando. Che altro ancora vi devo dimostrare?

postato da: Flounder alle ore 23:18 | link | commenti (39)
categorie: prima di dormire, chi tène o mare
lunedì, 28 aprile 2008

L'abito non fa il monaco. Figuriamoci la monaca.

Nella migliore delle ipotesi – perché questa era la faccia della farmacista, grosso modo mia coetanea, alle nove della mattina di domenica – avrà pensato, vedendomi vestita da dark lady e non capendo se fossi appena uscita dalla notte, se avessi sbagliato fuso o che altro: questa vuole la pillola del giorno dopo, e mi toccherà pure fare questioni di primo mattino perché non ha la ricetta.

Oppure, nella peggiore delle ipotesi, magari pensava che volessi le siringhine monodose, con la scusa del diabete, ‘ste tossiche. Calza a rete e anfibi, capello aerodinamico, ma tu vedi un poco, vedi. E noi qua a sopportare tutto questo, senza un minimo di tutela. E ci è andato contro pure il Governo con il fatto delle licenze. E questi, beatamente fuori con l'indulto.

Che poi invece la faccia da tossica non ce l’avevo per niente, avendo dormito esattamente dodici ore di fila, risvegliatami paffuta come un cherubino.

Prego?

Ho la tosse e un principio di laringite. Vorrei il Fluimucil, quello più potente. E’ il seicento?

C’è rimasta male, poverina. E allora a quel punto, visto che avevo comunque un’angustia montata nelle ultime ore, le ho chiesto anche di dirmi tutto ciò che sapeva di una malattia rara, parlando con una certa cognizione di causa maturata in internet la sera precedente. Poi le ho anche spiegato i motivi del mio abbigliamento e ha riso molto.

Ma del resto era accaduto anche il giorno prima.

Ecco, io invece a quella del giorno prima le avrei tirato il collo.

C’era quel vestitino. Quel vestitino doveva essere mio, non esistevano altre possibilità. Portava inciso il mio nome.

Eh no, signora, non vi va.

Ma come, non mi va!?

Vi andrà stretto, con tutto il seno che avete.

Tutto il seno? Io? Ma dove sta? Questo qua? Ma quando mai, questo è un volgarissimo push up, ma quale seno, le giuro. Me lo faccia misurare.

Non vi va, guardate che braccio avete, guardate.

Che braccio io?

Non vi va nemmeno in vita, si vede a occhio.

Ma cosa dice, signora, guardi lei, piuttosto. Guardi il sistema giapponese della vita intorno al collo, guardi. Ma sì che mi va.

Insomma, io sarei stata disposta anche ad affettarmi più di una fetta di coscia per non darle la soddisfazione che il vestito non mi andasse. Alla fine si è convinta: vabbè, misuratevelo.

Con l’ausilio di mani amiche entro nel vestito, che miracolosamente si dilata e si adatta, come una seconda pelle.

Esco, sfilo. A mezzogiorno come se stessi a mezzanotte. Uau. Me te magno.

Ha visto, signora?

Eh, ho visto, eppure non l’avrei mai detto. E come vi sta bene!...ma voi fate un lavoro un poco…un poco particolare?

Un poco particolare? Signo’, ma come vi viene? Qua siamo tre laureate, tre signore serissime. Anzi, fateci pure lo sconto, perché voglio sapere dove la trovate un’altra che vi entra in questo vestito.

Ma tu vedi un poco che gente che ci sta al mondo.

Poi se la prendono con me per quelle due o tre gaffes al giorno che involontariamente faccio.

E poi mi tocca pure stare a spiegare che non so’ scema e nemmeno oca. Che sono una falsa magra o una falsa grassa, secondo il lato da cui si guarda, che sono la femmina più pesante che il padreterno abbia messo sulla faccia della terra ma che negli anni ho capito che ai buffoni tutto è concesso, e nel riso passa qualunque contenuto, anche la verità più scomoda. Ma mica posso sta' a spiega' ogni volta tutta la faccenda?

E senti, non è che ti vorresti fidanzare un poco con me?

Quanto poco?, chiedo per farmi un’idea.

Poco poco. Pochissimo.

E che benefici ne trarrei? Che valore aggiunto apporterebbe questo alla mia vita? Mi conviene, fiscalmente?

Una volta ogni quindici giorni ti porto al cinema e pago io?

Mmmhh, ci posso pensare un attimo?

Qualche mese? Due o tre giorni? Senti, io sto disperato: nessuna si vuole fidanzare con me.

E mi devo fidanza’ io? Così, a freddo? Non ho capito.

Per pietà. Nemmeno per pietà?

E che faccio, la crocerossina? La dama di San Vincenzo?

Sì, quella. Proprio quella.

Ma mi faccia il piacere, mi faccia. Ma quale fidanzata e fidanzata. Non posso: mi drogo, prendo la pillola del giorno dopo e faccio pure un lavoro un poco particolare.

Ma che stai dicendo?

Niente niente, un fatto mio: non mi voglio fidanzare co’ tte, no.

postato da: Flounder alle ore 11:42 | link | commenti (35)
categorie: tango a scapece
giovedì, 24 aprile 2008

Beata (In)Coscienza

Cara Flounder,

quest’anno volevo essere la prima ad augurarti Buon Compleanno e rimanerti accanto tutta la giornata.

Tua onnipresente e genetlìaca Coscienza.

 

Cara Coscienza,

temi qualche gesto inconsulto da parte mia in occasione della ricorrenza?

Tua "semel in anno licet insanire" Flounder

 

Cara Flounder,

immagino che la sopraggiunta età ti doni saggezza. Lo spero, almeno.

Tua "ove mai" Coscienza

 

Cara Coscienza,

ma di quale età parli? Di che vaneggi?

Tua evergreen Flounder

 

Cara Flounder,

mi ripeteresti quanti anni compi?

Tua retorica Coscienza

 

Cara Coscienza,

sono appena quaranta.

Tua "non ammetto repliche" Flounder

 

Cara Flounder,

ma non erano quaranta lo scorso anno? E dunque quest’anno non sarebbero quarantuno, se la matematica non è un’opinione?

Tua progressiva Coscienza

 

Cara Coscienza,

l’anno scorso era una prova generale. I quaranta sono andati bene, sicché faccio il bis. Qualcosa in contrario?

Tua "coattiva a ripetere" Flounder

 

Cara Flounder,

e se andiamo di questo passo quand’è che ti tocca il 41 bis?

Tua guardasigillante Coscienza.

 

Cara Coscienza,

mi starai mica augurando di innamorarmi? No, eh?

Tua "è ‘na passione cchiù forte ‘e ‘na catena?" Flounder

postato da: Flounder alle ore 02:56 | link | commenti (55)
categorie: cretinismi
martedì, 22 aprile 2008

Come un regalo

Questo è tutto quello che posso fare. Tacere da qui, oltre in poi, prima di dirti la verità, mezzo niente e mezzo tutto. Questo è un regalo. Dirti. Dirti le cose.
Dirti le cose così, come stanno.
(Le cose così, come stanno, Luigi Carrino)
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Pensavo questa mattina presto, al volante - penso sempre, al volante - alle cose  che si dicono, a quelle che non si dicono, a quando si esagera, a quando lei dice di volermi far leggere il piccolo libro sull'arte di tacere perché il mio dire non conosce pause e spazi e straborda, invade. Più spesso crea barriere.
Pensavo a me e agli altri, agli altri e solo un poco a me, agli equivoci della notte, alle parole che non bastano, alle parole spese male, a certi addii silenziosi ed altri che forse, senza parola, non si sarebbero mai prodotti e ti avrebbero lasciata intatta. Almeno un poco.
O forse procrastinato il crollo, per quando sarebbe avvenuto silenzioso, senza il fragore delle tue parole inevase che ti si schiantano dentro e ci raggiungono come schegge, anche a noi che non c'entriamo e in silenzio ascoltiamo. Se solo stessi anche tu un po' zitta. Un poco, non di più. Un poco. A te stessa.
A tutto il bene che non ci si dice, o a quello che ci si inventa per cancellare il troppo niente. All'arco di parole tese da un telefono all'altro, da una città all'altra, e la freccia che non sempre colpisce, oppure invece ferisce. Senza volerlo, sulla traiettoria di una gioia riservata ad altri che invece viene stesa, spesa, e raccontata a chi non c'è, non ne fa parte, solo perché in quel momento c'è.
Che sembra un dono e invece è piccolo dolore che gratuitamente si infligge.
Penso al dolore grande. Che per esorcizzare, fin d'oggi mi racconto. A me sola.
Come una nenia di parole ripetute alle quali poco a poco togli il senso.
Io che non so tacere. Oppure nel parlare vano taccio troppo, e non rivelo mai ciò che davvero mi preme e mi vive. Quando racconto di me e dico: un poco mi vergogno.
Tutto trattengo nella carne, in silenzio. Ciò che direi talvolta, mi arabesca il viso, disegna pieghe e macchie o l'espressione da petite mort che da sola ripenso e mi arrossisce.
Non è il tacere o il parlare, è il sentimento del tempo, che sbaglio.
Potrei fermarmi un attimo, soltanto un attimo. Una piccola sospensione.
Potrei tacere, ad esempio. Saggiare il terreno con la punta.
Sentirvi nelle qualità di silenzio inesplorate. Sentirmi ancora in certi scrosci di sangue, come la notte, girandomi nel letto, che rimbombano nelle orecchie e mi fanno paura di morire.
Potrei restare in silenzio anche tutta la vita, non è l'assenza di suono che mi turba.
Parlo per crearmi una pelle. Non uno scudo. Una pelle, uno spessore. Un surrogato da toccare quando non mi si tocca la pelle.
Banalmente, è questo. Come un regalo. La confezione dono.
Ed è da sempre che pasticcio coi fiocchetti del dire.
postato da: Flounder alle ore 10:04 | link | commenti (39)
categorie: frantumaglia
venerdì, 18 aprile 2008

Ma tu me vuo' bbene? ...assaje...

Ci conosciamo da anni, da sempre, da quando eravamo ragazzini. 

Tredici, quattordici  anni, marinavamo allegramente la scuola e le mattine di primavera volavano, sotto l’ombra dei tigli.

Abbiamo continuato a frequentarci, in venticinque anni ne sono successe di tutti i colori. Oggi abbiamo le nostre famiglie, i figli, un lavoro rispettabile, una casa al mare, tutto in ordine, tutto in perfetta regola.

Continuiamo a parlarci e ad essere amici come tanti anni fa, o almeno così appare nella forma.

La prima volta capitò una quindicina di anni fa.

Ero a cena da Luigi e Claudia, subito dopo il matrimonio organizzato in tutta fretta per mascherare la gravidanza alla famiglia di lui. Tornando a casa mi infilai nella borsetta un paio di CD e un candeliere d’argento.

Da allora non ho mai smesso di rubare.

No, non sono cleptomane. E nemmeno invidiosa. Semplicemente rubo, in attesa che qualcuno di loro mi smascheri. Sono diventata abile e destra. Mi bastano pochi istanti per appropriarmi delle cose più disparate: maglioni, libri, gioielli, telefonini.

A casa ho grandi ceste e svuotatasche appoggiati dappertutto. E’ lì che deposito la roba, e poi me ne dimentico. Non mi interessa davvero appropriarmi delle loro cose.

Nel corso degli anni sono diventata più sicura, sfacciata. Se vengono a casa mia non mi preoccupo di nascondere, è tutto in bella mostra, in bell’evidenza. Se qualcuno domanda, lo fa in modo discreto, senza spingersi troppo oltre.

Toh, ma questo è uguale all’orecchino di ametista che mi ha regalato mia suocera e non trovo più…

Prendilo - dico io - a me non serve, ne ho uno solo

No, no, sto dicendo solo che assomiglia.

E ancora:

Il mio telefonino…l’ho lasciato qui la volta scorsa, ecco dov’era!

Ma dalla volta scorsa sono passati due mesi, e tutti e due facciamo finta di niente. Sento la rabbia che sale e piano piano torna al suo posto.

Io osservo, senza muovere un dito, senza spostare un sopracciglio.

Continuano a frequentarmi, come se nulla fosse. Abbiamo un accordo tacito, un legame implicito.

E intanto io alzo la posta, passo ai portafogli, agli oggetti preziosi.

Non nascondo nulla.

Mi trattano con la bonomia di sempre, mi fanno le loro confidenze, come venti anni fa. So che Francesco ha un’altra, ed è la moglie di Stefano, che all’improvviso non è più depressa. So che Marco sta facendo investimenti sbagliati con i soldi di Paolo, e spera che le borse si riprendano prima che venga a scoprirlo. So che Silvana è incinta per la terza volta ma Gianni è fuori per lavoro da quattro mesi. So che Federico paga le rate dell’auto falsificando le fatture dell’azienda.

So tante di quelle cose che faccio fatica a ricordarle tutte.

Continuo a rubare. Per il gusto di osservare i loro sguardi spaventati e il modo in cui reprimono la rabbia, per vedere fino a che punto possiamo arrivare. Nessuno ne parla.

E’ il prezzo che abbiamo stabilito per preservare il valore più alto che possediamo.

Si chiama amicizia, no?

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Questo vecchio racconto è dedicato oggi, improrogabilmente, ad HangingRock. Segue messaggio: le parole non sempre si ammalano. A volte vengono rubate o prese in ostaggio da altri. Sappi che non è stata torta l